sabato 18 agosto 2018

Addio Claudio Lolli, il cantautore che sconfisse il mercato (anche con il crowdfunding)

Non sarò mai una scommessa commerciale" diceva. E realizzò il suo ultimo album con i soldi raccolti da chi dagli anni '70 ascoltava e amava le sue canzoni
 
 
 
 
Con Claudio Lolli se ne va via un pezzo importante del cantautorato anni ’70. Il cantautorato impegnato, un cantautorato al quale fu affibbiata la grossa responsabilità di essere voce della più feroce protesta giovanile nella storia del nostro Paese.  
 
  Ad ogni verso un messaggio politico, la parola al centro, quando non sarebbe mai stato nemmeno concepito come serio un lavoro che non prevedesse uno schieramento netto nella lotta sociale di quegli anni. Il cantautorato di Guccini, i cui concerti in diretta dalla mitica Osteria della Dame venivano aperti proprio da lui. Che come Guccini, in un certo senso anche più di Guccini, fece della canzone impegnata la sua arte dal primo all’ultimo pezzo.       
 
 
Nato a Bologna nel 1950 esordisce con Aspettando Godot.  Era il 1972, tempo di radio “libere”, e Lolli viene trasmesso a ripetizione. Nel 1976 arriva invece quello che è probabilmente la sua perla Ho visto anche degli zingari felici,  Lolli azzarda un sound misto tra il progressive e il jazz; Rolling Stones lo piazzerà al 67esimo posto dei 100 album italiani più belli di sempre.
 
Arriva poi Disoccupate le strade dai sogni, dove quegli azzardi scarsamente si intonano con le sonorità dell’epoca, in più le voci circa le sue simpatie per le frange di estrema sinistra non aiutano. In una recente intervista a Rockit ha detto “Io non sono un tipo su cui puntare: l’industria naturalmente e giustamente punta sul successo commerciale, io non do nessuna garanzia di quello. Io posso dare una garanzia di scrittura, questa la do. Chi vuole utilizzarla e può utilizzarla in qualche modo, mi si avvicina, chi non ha interesse in questa cosa, ovviamente sta lontano da me”.
 
Se ne va ad appena 68 anni, dopo aver lottato contro una lunga malattia, Claudio Lolli e ciò che dice pare tristemente vero: non è più tempo per i Claudio Lolli purtroppo. Uno che in quasi 50 anni di carriera ha lasciato la cattedra del liceo solo agli sgoccioli, “quando” diceva “tornavi distrutto da un concerto, parcheggiavi la macchina sotto la scuola, andavi in classe la prima ora a parlare dell’Inferno di Dante e sapevi benissimo cosa dovevi dire. Faticoso ma meraviglioso”.
 
Decenni, gli ultimi due del ‘900, durante i quali l’attività continua ma senza picchi, soprattutto commerciali.  Il 2000 paradossalmente lo riporta sotto i riflettori con La terra, la luna e l’abbondanza su tutti, fino al 2017, quando vince il premio Tenco con l’album Il grande freddo, realizzato grazie ad un crowdfunding di chi voleva, e aveva ragione, riproporlo alla grande platea di pubblico e critica.
 
Miglior disco in assoluto, questo recita la targa, l’ultima spilla per un combattente del cantautorato italiano, un soldato sempre in prima linea che se ne va lasciando come orme le sue canzoni affinché qualcuno, chissà, riscopra presto il senso che può avere una canzone, un senso che ormai è rimasto perduto, imbambolato dal marasma del mainstream. Un soldato che comunque, può considerare stravinta la sua guerra. “La mia generazione ha vinto” infatti diceva in una delle sue ultime interviste a Repubblica. E lo poteva dire forte. 
 

giovedì 16 agosto 2018

HOUSE CONCERT THREE FOR SILVER

SABATO 8 SETTEMBRE 2018
 
Con
 
 
WILLO SERTAIN
VOCE FISATMONICA
 
 
LUCAS WARFORD
VOCE CONTRABASSO

 
GREG ALLISON
VIOLINO
 
 
THREE FOR SILVER
 
 
 
 

lunedì 13 agosto 2018

12 agosto 1968, 50 anni fa nascono i Led Zeppelin: la rivoluzione su una chitarra a dodici corde

Cinquant’anni fa nasce la rock band che ha rivoluzionato la storia della musica. Jimmy Page, Robert Plant, John Paul Jones e John Bonham fondano, in uno scantinato londinese, i Led Zeppelin. Da “Black Dog” a “Stairway to Heaven”, passando per “Whole Lotta Love”: sono alcuni capolavori di un gruppo da leggenda. Che nacque il 12 agosto 1968. 
 
 
CONTINUA A LEGGERE >>>>>>>>>>>>>>>

venerdì 10 agosto 2018

Siren Festival

Anche quest’anno il Siren Festival si conferma uno degli eventi musicali più interessanti del centro-sud Italia, capace di convogliare un pubblico eterogeneo quanto attento e curioso. I quattro giorni della manifestazione si sono svolti, come al solito, nella magnifica cornice di Vasto, una delle località più tipiche e suggestive della costa adriatica abruzzese. Tra mare, sole e buon cibo, è stato possibile godere dell’esibizioni di artisti di fama internazionale come Public Image Ltd, Slowdive, dEUS e Lali Puna, non dimenticando il versante più elettronico con il live set del duo tedesco Mouse On Mars e il dj-set dei 2 Many DJ's.
 
 
 
La serata di giovedì 26, oltre alla festa in spiaggia nella Siren Beach, dopo la proiezione del classico e famoso film animato dei Beatles “Yellow Submarine”, ha visto la proiezione del documentario “B-Movie: Lust & Sound in West-Berlin 1979-1989”, un film di Jörg A. Hoppe, Heiko Lange e Klaus Maeck sulla musica, l’arte e il caos nella Berlino degli anni Ottanta e sul melting pot creativo della cultura underground del periodo: tra punk, new wave e i primi albori della techno. Attraverso un collage fatto di inediti e filmati d’epoca è stato possibile ripercorrere lo spirito di quegli anni con Nick Cave, Gudrun Gut dei Malaria, gli Einstürzende Neubauten e moltissimi altri protagonisti di controcultura berlinese. Coronava il tutto anche la presenza di uno dei registi, quel Klaus Maeck leggenda dell’underground, già regista del celebre film distopico “Decoder” (1984), che ha presentato il film e risposto alle domande del pubblico.
 
CONTINUA A LEGGERE>>>>>>>>>>>>>>>>>

martedì 7 agosto 2018

Bonnie “Prince” Billy BEST TROUBADOUR

 
 

La parabola artistica di Will Oldham, declinata sotto differenti intestazioni, la più frequentata delle quali risulta essere Bonnie Prince Billy, quella alla quale viene ascritto questo nuovo capitolo, si dipana ormai in un arco temporale quasi venticinquennale, il che consente di trarre bilanci e concedergli di aver realizzato un catalogo di tutto rispetto. Che il Nostro sia un autore eccellente è manifesto sin dagli esordi dei Palace, ma proprio con il primo album a nome Bonnie Prince Billy, “I See A Darkness”, si entrava in zona capolavoro.

Tanti i bei lavori, da allora, ma non tutte le uscite potevano dirsi notevoli. In occasione di questo nuovo "Best Troubadour" però il 47enne di Louisville (KY) si affida a un repertorio  che è un aperto omaggio a una delle sue fonti d’ispirazione: il celebrato Merle Haggard, la cui scomparsa, circa un anno fa, ha colpito nel profondo la comunità country meno “nashvilliana” e lo stesso Will. L’approccio a una materia così radicata nell’immaginario statunitense poteva presentare qualche difficoltà, perché il rischio di apparire calligrafici era dietro l’angolo, ma Bonnie lo aggira con maestria: arrangiamenti fiatistici di estrazione jazz, un violino in luogo di intere sezioni orchestrali, una voce femminile (Mary Feiock nella splendida Nobody’s Darling) a far capolino, duettando o doppiando quella del leader, perfetta per questo genere di riproposizioni. Il classico passo honky tonk degli originali viene così rallentato (è pur sempre del vecchio Billy, che si parla), limitando al minimo i brani mossi (l’introduttiva The Fugitive; Leonard, percorsa da un flauto delizioso; Wouldn’t That Be Something).

L’atto d’amore nei confronti di Haggard è palesato dalla scelta dei brani tratti dal suo repertorio: su un totale di ben 38 numeri 1 nelle classifiche di settore, in questo disco ne vengono riproposti solo due (non cercate Okie From Muskogee, quindi), lasciando l’ascoltatore più attento soddisfatto delle scelte strumentali  come quella del suddetto flauto, utilizzato per occupare gli spazi che in questo genere musicale, vengono solitamente riservati alla steel guitar. Come già accaduto all’epoca delle riletture del catalogo degli Everly Brothers (“What The Brothers Sang”, 2013, cointestato a Dawn McCarthy), ma in maniera ancora più efficace e sentita, Bonnie Prince Billy ci regala la sua personale via d’accesso al perfezionamento dell’arte della cover. Non rimane che ringraziare.
 
 
  
 

domenica 5 agosto 2018

Violenza sulle donne, quando il racconto libera

Narrare la propria esperienza a un'altra donna con un obiettivo: rendere pubblica la propria vita con un libro, così che le altre donne sappiano dove la spirale della violenza domestica può portare. È la genesi dell'opera scritta dalla psicologa Paola Maria Taufer "Marito amore incubo": la storia di Julia che percorre la strada verso la libertà
 
di Antonietta Nembri
 

Ci sono storie che è difficile leggere, ma che è indispensabile siano scritte. A questa categoria appartiene “Marito Amore Incubo” (Reverdito Editore, Trento, pag. 155, 14 euro), il libro che racconta la storia di Julia, una donna intrappolata in un rapporto violento e che ha trovato la forza e il coraggio di andare avanti, superare i ricordi dolorosi e approdare alla consapevolezza che la propria vita ha valore. Un valore che dona la forza per raccontare e condividere la propria esperienza perché altre donne trovino il coraggio di ribellarsi a un “amore”.

A trasformare la vicenda di Julia (il nome ovviamente è di fantasia) in una storia è Paola Maria Taufer (nella foto), psicologa e psicoterapeuta trentina al suo esordio come scrittrice. «Julia mi ha avvicinato al termine di una conferenza pubblica» ricorda Taufer. «Mi ha detto di voler raccontare la sua storia e chiedeva il mio aiuto. Ho accettato». I primi incontri sono carichi di dolore, il racconto esce come confuso, episodi che si susseguono e accavallano. «Nelle sue parole c’era tanto dolore», osserva Taufer. Tre anni, tanto è durato il racconto «Ma non è stata una psicoterapia. Certo in alcuni momenti ho dovuto contenerla: era come un fiume in piena. Ma lei mi ripeteva sempre: “Quello che è successo a me lo voglio dire a tutti perché le donne non facciano quello che ho fatto io”».

Julia che oggi ha una settantina d’anni, conosce l’uomo che è diventato suo marito e il suo persecutore, a 19 anni. Per lei è il principe azzurro, in questo azzurro però ci sono delle nuvole nere, piccoli segnali che però lei non coglie, non vuole cogliere “Col tempo ho pagato ciò che quel giorno non ho voluto capire, la mia cecità, le mie illusioni”, si legge nelle prime pagine del libro dopo il racconto dei primi episodi di violenza verbale e fisica.
«Quando una persona è innamorata perde la capacità di essere obiettiva» chiosa Taufer che ricorda come la stessa Julia oggi abbia raggiunto la consapevolezza di essere stata “ingenua e innamorata”. La storia di Julia è quella di una donna che ha vissuto sul filo del rasoio per anni, decenni, a sorreggerla l’amore per i figli, ma a farle compagnia sono i sensi di colpa, la speranza di un miglioramento e l’istinto di sopravvivenza. «Ci siamo incontrate per tre anni e spesso mi diceva, questo racconto è per dire alle altre donne “non fate come me, state attente”. Poi ha iniziato a raccontare sempre gli stessi episodi e io mi sono resa conto che il suo compito era finito e che io avevo tra le mani una storia. Quando le ho detto che dovevo sistemare il materiale lei mi ha risposto che dopo tutti i mesi in cui ci eravamo incontrate e lei aveva ripercorso la sua storia adesso si sentiva bene, si era tolta un peso da dentro», continua l’autrice. «Per Julia è stato un percorso in un certo senso “terapeutico” e dopo non le è più importato della realizzazione pratica del libro “Io ho fatto, non ci voglio più pensare”, mi ha detto».
 
CONTINUA A LEGGERE >>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>

mercoledì 1 agosto 2018