sabato 15 dicembre 2018

LOW Double Negative

25 Anni di attività, dodicesimo album: quantità e qualità per coloro che sono identificati come alfieri dello slowcore non sono mai mancate.
 
 
 
La co-produzione porta la firma di BJ Burton, il disco è stato registrato negli studi di Justin Vernon in Wisconsis: caratteristiche che avevano già contraddistinto il precedente “One and Sixes” del 2015, dove i paesaggi sonori tipici delle ultime evoluzioni Bon Iver avevano trovato un intrigante incastro col pianeta Low.
Premessa però fondamentale: “Double Negative” non è il seguito di niente, ed è un disco difficile. Molto difficile.
Il set strumentale è minimale, e diverso da quello del ricettario storico: pochissimi, quasi impercettibili i momenti di basso, batteria e chitarre. Effettistica, elettronica, synth, questo è l’armamentario di base.
 
Non devono trarre in inganno nemmeno le prime due tracce “Quorum” e “Dancing and Blood”: tra effetti sonori in repeat e le voci di Alan Sparhawk e Mimi Parker robotizzate, come campionate, modificate e distorte, la prima sensazione è quella di trovarsi al cospetto di un rito di iniziazione abulico, metafisico e pagano che prende forma e passo, con il suo cuore che comincia nitidamente a pulsare con “Fly”, dove è la melodia a farci lievitare, roteando su noi stessi in una dimensione sconosciuta ma che pare protettiva, calmifica, incantatrice.
 
 
 
 
E’ un movimento quasi impercettibile, e “Tempest”, così disturbata, aliena ed apocalittica, graffia il sistema nervoso come a ricordarci di respirare, ma ancora non sappiamo con certezza dove e chi siamo: continuiamo a lievitare senza gravità con la dolcezza di Mimi in “Always Up” che ci lascia lì, inermi, storditi.
Con “Always Trying to Work It Out” che cominciamo, lentamente, a muovere occhi,mani e braccia per capire quanto spazio abbiamo intorno, l’atmosfera è ancora rarefatta, dilatata, ma prende luce con le prime scariche elettriche, e le piccole dosi di ossigeno di “The Son, The Sun”: è un messaggio? Che siamo umani e non ologrammi? Possiamo, dobbiamo fare qualcosa
 
 
Delicata la chitarra di “Dancing and Fire” disegna finalmente un paesaggio davanti a noi che prende colore rispetto alla scala di grigi che finora riuscivamo a percepire soltanto: siamo vivi, <…non è la fine, è solo la fine della speranza> canta Sparhawk per poi scomparire. Abbiamo un posto, finalmente, ma sembra ancora vuoto. Siamo soli. Esiste anche un tempo, e sembra poco, in esaurimento, questo vuole forse comunicarci “Poor Sucker” con la sue atmosfere spettrali. E’ il momento di reagire? E’ forse troppo tardi, ma c’è tempo. Perché i Low, da sempre impegnati e politicizzati, avranno sempre la loro visione cupa, negativa e nichilista, potranno anche dirci che non c’è speranza, ma questo non ha fermato loro, non deve fermare noi.
 
Troviamo la terra sotto i piedi finalmente, con “Rome (Always in The Dark)” ci possiamo alzare . L’aria è tossica, la luce poca, il tempo forse meno, la batteria assume traiettorie marziali, l’aria si fa più piena, la chitarra ferrosa e tagliente, prendiamo vigore: <… Let’s turn this thing before they take us out>, senza rabbia, cinico e spietato, Sparhawk è vicino a noi. No, non siamo soli, e ce la dobbiamo, possiamo fare. Abbiamo perso tanto, ma non tutto. Le armonie vocali di “Disarray” si muovono nel caos, il messaggio è chiaro adesso: il Male ci ha accecato, ha provato a ferirci con piccoli tagli fino a farci morire dissanguati, tutto quello che avevamo intorno è stato distrutto e non avevamo la lucidità di rendercene conto, ci ha depistati, confusi, storditi, corrotti, drogati. Non c’è speranza, ci dicevano; per poi però lasciarci l’ultimo, decisivo, imperdibile messaggio:  you’ve to learn to live a different way.
 
C’è ancora una verità, e vale la pena di lottare. “Double Negative”, lo ripetiamo, è un disco difficile, spirituale, da codificare,forse il passaggio più difficile degli ultimi tempi; i Low osano e rischiano tantissimo, ma creano qualcosa di fondamentale, a cui solo il tempo – e ne servirà – darà un valore oggettivo: il nostro compito è quello di entrarci dentro il prima possibile.
 
 
 
 

martedì 11 dicembre 2018

Eels The Deconstruction Recensione

Per presentare “The Deconstruction”, il dodicesimo disco dei suoi Eels, Mark Oliver Everett ne ha scritto la press release personalmente. Un documento nemmeno tanto breve, che non si riduce a una tradizionale biografia della band, ma si rivolge confidenzialmente ai fan, spronandoli a essere gentili con se stessi e con il prossimo – del quale, sottolinea E, non conosciamo il privato e non dobbiamo mai sottovalutarlo. Così facendo, continua Everett, partendo dal nostro orticello, potremo aggiustare, pezzetto dopo pezzetto, questo gran casino di mondo che ci ritroviamo.
 
 
È proprio questo ciò che si percepisce lungo i 42 minuti di “The Deconstruction”: un ottimismo assonnato, non ancora pronto ad aprire del tutto gli occhi e a mettersi al lavoro per sistemare le cose, un po’ timido ma pronto a darsi una mossa. A parte la rassegnata title track, posta a inizio scaletta come a raffigurare la realtà che ci troviamo a dover affrontare, le tracce emanano una serenità che raramente abbiamo incontrato nella musica nei dischi di Everett.

Le chitarre, comunque presenti e suonate con gran gusto e delicatezza, hanno lasciato il ruolo di protagoniste a leggere partiture per archi, fiati e cori, che creano un’atmosfera perfetta per gli inviti gentili che E recita con insistenza (“Be Hurt”, “Sweet Scorched Earth”). Questa scelta da una parte devitalizza il disco, rendendone i ritmi costantemente bassi, ma talvolta crea suggestioni forti. È il caso del sample di fiati che danza sullo sfondo di “Rusty Pipes” – probabilmente il brano più riuscito del lotto – o del coro profumato di incenso che fluttua nel vuoto luminoso di “In Our Cathedral”.

Non manca anche qualche momento più arzillo. “Today Is The Day” è agitata da un bel riff solare e pimpante, mentre le più ruvide “Bone Dry” e “You Are The Shining Light” ricordano, sebbene in una versione più temperata, le incazzature chitarristiche di “Souljacker”. Gli episodi non appaiono comunque fuori luogo nell’economia generale del disco, merito anche della sapiente produzione per la quale Everett si è fatto aiutare da Mickey Petralia, con il quale non lavorava dai tempi del capolavoro “Electro-Shock Blues”.

Non ci troviamo davanti a uno dei dischi più significativi degli Eels, ma certamente a un ascolto godibile nella sua interezza, che non manca – come del resto capita sempre con questa band - di serbare qualche gemma. Registriamo inoltre, con gran piacere, il ritrovamento – perlomeno temporaneo – da parte di Everett della tanto agognata calma, che ci auguriamo permanga e gli ispiri nuovi, delicati lavori.
 
 
 
 
 

venerdì 7 dicembre 2018

A Roma nasce un super Festival: Rock in Roma e Roma Summer Fest uniscono le forze per il 2019

Nel 2019 a Roma nascerà un nuovo festival che prenderà vita grazie all’unione di due degli appuntamenti principali dell’estate musicale capitolina e non solo. Il Rock in Roma e il Roma Summer Fest, infatti, uniscono le loro storie ed energie per dar vita a un super festival di cui si attendono i primi annunci.
 
 
Nell'estate del 2019 a Roma ci sarà un unico grande festival diffuso sul territorio cittadino, come annunciato stamattina in una conferenza stampa in cui è stata resa nota la sinergia tra il Rock in Roma e il Roma Summer Fest, due degli appuntamenti più attesi nella Capitale e non solo. Le due rassegne, quindi, hanno deciso di unire le forze e il risultato sarà una pioggia di concerti e appuntamenti che ha come obiettivo quello di "rendere Roma una grande città della musica in cui cinque tra le location più belle della capitale faranno da palcoscenico ai concerti di grandi big italiani e internazionali: la cavea dell’Auditorium Parco della Musica, l’Ippodromo delle Capannelle, la Casa del Jazz, il Teatro romano di Ostia Antica e il Circo Massimo".



Due Storie di grandi nomi della musica

Da una parte, quindi, ci sarà l’Auditorium Parco della Musica che nella cavea progettata da Renzo Piano ha accolto, in questi anni, quasi un milione di spettatori che hanno assistito a concerti di grandi nomi della musica italiana e mondiale come Elton John, Sting, Bjork, Leonard Cohen, Bob Dylan, The National, Paolo Conte, Fiorella Mannoia, José Carreras, Franco Battiato, Patti Smith, Arctic Monkeys (quest'anno ha ospitato 40 concerti per un totale di circa 100.000 spettatori e la Casa del Jazz 35 spettacoli e 10.000 spettatori circa), mentre nei suoi 16 anni di storia il Rock in Roma – che quest'anno ha ospitato 20 concerti e 200.000 spettatori – può vantare nelle varie line up Roger Waters, The Rolling Stones, Bruce Springsteen, Metallica, Muse, David Gilmour, Radiohead, Iron Maiden, Neil Young, The Cure, Lenny Kravitz, Red Hot Chilli Peppers, Green Day.

Più indotto per il turismo della città "La collaborazione dei due festival musicali porterà un incremento di spettacoli e spettatori con un conseguente aumento dell’indotto dell’intera città e del turismo" fanno sapere gli organizzatori, mentre il Vicesindaco Luca Bergamo ha spiegato di aver "scommesso sulla capacità degli operatori pubblici e privati romani di far crescere sempre più l’offerta di grandi eventi musicali nel periodo estivo", parlando di ottimo segnale di crescita per la città. Non resta che aspettare quali saranno i primi nomi annunciati dalla rassegna.


lunedì 26 novembre 2018

JF ROBITAILLE & LAIL ARAD house concert

SABATO 1  DICEMBRE A VASTO
 
 
Il connubio artistico tra Lail Arad e JF Robitaille nasce in Italia nel settembre del 2016, quando i due erano in tour insieme a presentare ognuno il proprio progetto musicale.
 Durante questo tour, i due si ritrovavano di tanto in tanto insieme sul palco a duettare e improvvisare. Il pubblico rispose molto bene. Provare a incidere un disco insieme è sembrata a entrambi una decisione del tutto naturale.
 Dopo un inverno nevoso passato a comporre nella fredda Montréal, è seguito un soggiorno lungo un mese nel leggendario Society Club Soho di Londra. I due hanno messo alla prova i loro nuovi pezzi con cinque concerti da tutto esaurito e hanno incoraggiato i loro ospiti a fare altrettanto.

 Ben presto, JF e Lail si sono ritrovati in sala d'incisione con il produttore Mike Lindsay (Tunng, Laura Marling), già vincitore del premio Mercury, per registrare un brano che non solo combina il loro umorismo di parolieri, ma si dimostra anche una coraggiosa svolta vocale per entrambi.
 Disinvolto gioco di equilibrio tra il 1969 e il 2017, We Got It Coming è un gioiellino di transatlantica sintonia. Con i due singoli successivi "The Photograph" e “Heathrow” hanno confermato l'eccellente riuscita del sodalizio.
 
 
Per informazioni
Roberto 340 073 3013 

Angelo 327 188 7235