sabato 23 maggio 2020

Ballo in Fa diesis minore

Angelo Branduardi


Sono io la morte e porto Corona,

io Son di tutti voi signora e padrona,
e così sono crudele, così forte sono e dura
che non mi fermeranno le tue mura.


Sono io la morte e porto Corona,

io son di tutti voi signora e padrona,
e davanti alla mia falce il capo tu dovrai chinare
e dell 'oscura morte al passo andare.



Sei l'ospite d'onore del ballo che per te suoniamo,
posa la falce e danza tondo a tondo
il giro di una danza e poi un altro ancora
e tu del tempo non sei più signora.



Sono io la morte e porto Corona,
io Son di tutti voi signora e padrona,
e così sono crudele, così forte sono e dura
che non mi fermeranno le tue mura.



Sono io la morte e porto Corona,
io son di tutti voi signora e padrona,
e davanti alla mia falce il capo tu dovrai chinare
e dell 'oscura morte al passo andare.



Sei l'ospite d'onore del ballo che per te suoniamo,
posa la falce e danza tondo a tondo
il giro di una danza e poi un altro ancora

e tu del tempo non sei più signora. 


sabato 16 maggio 2020

Black Swan - Thom Yorke


Thom Yorke

Album: The Eraser




Nella canzone rock di Yorke al disadattamento non c’è via di uscita, conviene lasciar perdere. Il cigno nero é metafora dell’eroe negativo che scala le vette e prende le distanze. Che ne sapeva Yorke nel 2006 che il suo uccello nero sarebbe stato caricato di ben altri significati?


Sino al 1697 gli occidentali ignoravano l’esistenza del cigno nero. Fu scoperto in quell’anno in Australia. Prima di allora nel mondo occidentale si poteva affermare che “tutti i cigni sono bianchi” basandosi su un processo logico induttivo. La logica formale consentiva di derivare il resto. Karl Popper nel Novecento faceva l’esempio del cigno nero per indicare i limiti del processo induttivo, peraltro noti dai tempi di Aristotele.
All’esempio di Popper si è ispirato il libanese Nassim Taleb, matematico e consulente finanziario, uno dei massimi esperti di derivati. In un suo libro del 2007 elaborò la teoria del cigno nero per descrivere il comportamento sociale a fronte di eventi rari o singolari, caratterizzati da una probabilità di verificarsi talmente bassa da non potere essere studiati dai metodi statistici canonici. Taleb però non ha approfondito ulteriormente l’argomento e non ha indicato delle piste di ricerca. Di diagnosi interessante parecchia, ma la prognosi non sembra avere fatto grandi passi.



Il diabolico e infame coronavirus, che tra i suoi ascendenti d’antan annovera di sicuro Proteo, deve avere fiutato l’aria che tirava alla Universa Investments , gestore di fondi black swan di cui Taleb è ascoltatissimo adviser : ha lasciato il cigno nero per servirsi di un pipistrello.
[Riccardo Gullotta]

What will grow crooked, you can't make straight,
It's the price that you gotta pay.
Do yourself a favor and pack your bags.
Buy a ticket and get on the train,
Buy a ticket and get on the train.


Cause this is fucked up, fucked up.
Cause this is fucked up, fucked up.

People get crushed like biscuit crumbs,
And laid down in the bitumen.
You have tried your best to please everyone,
But it just isn't happening.
No, it just isn't happening.

And it is fucked up, fucked up,
And this is fucked up, fucked up.
This your blind spot, blind spot.
It should be obvious, but it's not.
But it isn't, but it isn't.

You cannot kick start a dead horse,
You just crush yourself and walk away.
I don't care what the future holds,
Cause I'm right here and I'm today.
With your fingers you can touch me.

I'm your black swan, black swan,
But I made it to the top, made it to the top.
This is fucked up, fucked up.

You are fucked up, fucked up.
This is fucked up, fucked up.

Be your black swan, black swan.
I'm for spare parts, broken up.


CIGNO NERO

Ciò che va storto non si può raddrizzare,
È il prezzo da pagare.
Concedi un favore a te stesso: fai i bagagli
Compra un biglietto e sali sul treno,
Compra un biglietto e sali sul treno

Perchè qui tutto si è sminchiato,
Perchè qui tutto si è sminchiato.

Gente sbriciolata come biscotti,
E asfaltata.
Hai fatto del tuo meglio per accontentare tutti,
Ma non ce l'hai fatta.
No, non ce l'hai fatta.

E si è sminchiato, sminchiato
Tutto si è sminchiato, sminchiato
Questo è il tuo punto cieco, punto cieco
Dovrebbe essere evidente, ma non lo è
Ma non lo è, non lo è.

Non puoi dare il via ad un cavallo morto,
Cadi a pezzi e molli.
Me ne fotto delle aspettative del futuro
Perchè sto proprio qui e ora,
Con le mani mi puoi toccare.

Sono il tuo cigno nero, cigno nero,
Ma sono riuscito ad avere successo, ad avere successo.
Tutto si è sminchiato, sminchiato.

Tu sei sminchiato, sminchiato.
Tutto si è sminchiato, sminchiato

Ti tocca essere il tuo cigno nero, cigno nero.
Sono cannibalizzato ad uso parti di ricambio.




sabato 9 maggio 2020

Traffic — John Barleycorn Must Die (1970)

Doveva essere il suo primo disco solista, ma qualcosa ha fatto cambiare idea a quel genio di Steve Winwood, rimise la denominazione “Traffic” e cambiò il nome del disco che originariamente doveva chiamarsi “Mad Shadows”


I Traffic altri non sono che un trio, uno dei migliori che la scuola del rock abbia mai sfornato: Chris Wood ai fiati, Jim Capaldi alla batteria e il polistrumentista, cantante e compositore Steve Winwood. Ad onor di cronaca è utile ricordare che Steve all’età di quindici anni, si 15! creò la fortuna degli “Spencer Davis Group”. Questo trio di folk-pop tra i più interessanti, stimolanti e creativi degli anni Settanta, segnano con questo disco uno dei capolavori del pop-rock, un viaggio introspettivo ai confini tra il vecchio e un nuovo “ritmo sonoro”.
Ad un certo punto l’enfant prodige del rock britannico, Winwood, rimane folgorato dalla leggenda di John Barleycorn, un buffo omino dalla fisionomia variabile che nella tradizione popolare viene celebrato come la personificazione simbolica del Whisky e della Birra. E’ così che nasce “John Barleycorn Must Die”, capolavoro di semplicità e raffinatezza che alterna ipnosi ritmica a intensità lirica. Questo progetto viene offerto al pubblico in un periodo che è travolto dai furori di fine anni sessanta, i fiati tenui, la composta ritmica, l’atmosfera vocale, riescono ad ammaliare e a ipnotizzare i fan. Fu proprio questa compattezza a rendere “John Barleycorn” un‘avventura tanto provocatoria quanto originale, quasi il frutto di un’operazione chirurgica a cuore aperto.
Alcuni di voi si ricorderanno della sigla radiofonica di “Per voi giovani”, il brano era Glad, il riff ipnotico rimane ancora nella memoria di molti, come il disco del resto, che col passare degli anni venne considerato una delle pietre miliari del nascente “Progressive Rock”.
La spiegazione di tanta originalità è ancora oggi probabilmente da ricercarsi nella presenza del genio bambino, primattore ma antidivo, grande vocalist e virtuoso pluristrumentista Steve Winwood.

domenica 3 maggio 2020

Ben Watt Storm Damage

Aver vissuto prima l'estasi della notorietà e poi la costante minaccia della morte, per gravi e reiterati problemi di salute, deve aver fortificato non poco il carattere riservato e introverso di Ben Watt, musicista più noto per essere la metà degli Everything But The Girl che per il suo percorso da solista o di dj e produttore.



Per i non pochi che furono folgorati dal lontano esordio solista "North Marine Drive", il nome di Ben Watt è sacro, non fosse altro per aver incrociato nel suo percorso artistico un'autentica icona della musica rock come Robert Wyatt, con il quale realizzò un altro piccolo gioiellino di sintesi alt-folk, ovvero l'Ep "Summer Into Winter". Ed è da quei primi passi nel mondo della musica che sembra voler ripartire il musicista con il nuovo disco "Storm Damage", che non solo ripropone la stessa eleganza degli ultimi due album che ne hanno contrassegnato il ritorno come solista ("Hendra" 2014, "Fever Dream", 2016), ma nello stesso tempo estingue in parte la sbornia neo-elettronica in favore di un approccio più vintage alle tastiere, con una vena stilistica affine al folk-jazz degli esordi.

Che dietro queste più introverse e malinconiche ballate ci siano anche motivazioni personali è fuori di dubbio - la morte per cancro del fratellastro Roly ha segnato il destino di Ben Watt, che in seguito al dolore è rimasto per un anno in completa balia della rabbia e della solitudine. Ed è forse per questa ragione che "Storm Damage" indugia su toni più crepuscolari, ricchi di chiaroscuri e vellutate ombre. Nessuna enfasi vocale né strumentale per le dieci canzoni di questo nuovo album, che rappresenta senza dubbio lo sforzo più imponente e nello stesso tempo più spontaneo del musicista dai tempi degli esordi. Strano a dirsi, è anche il disco solista, per molti versi, più elettronico, nonostante, come già detto, il timbro meno moderno e più retrò di drum machine e altre diavolerie; un album spesso affine alle contaminazioni obbligate di David Gray e a quelle intenzionali di John Grant.


Non confondano le fin troppe leziose armonie pop dei singoli che hanno anticipato l'uscita del disco, due brani che avrebbero fatto la loro figura in un disco dei Crowded House (la prevedibile "Sunlight Follows The Night") o in una playlist di una radio rock-friendly (la leggermente irritante "Figures In A Landscape"), ma non certamente in quel che è il contesto più sofferto e maturo mai messo in atto dal musicista.
Un'intensità lirica ed espressiva come quella che anima "Summer Ghost" era assente da tempo nell'universo di Watt: nell'arco di pochi minuti il musicista, parafrasando il testo ispirato alla credenza giapponese sull'apparizione dei fantasmi in estate, rievoca il lirismo di Robert Wyatt, il tono algido di David Sylvian e il distacco emotivo di John Grant. Tanta grazia e ispirazione viene confermata nell'altro gioiellino folk-jazz "Knife In The Drawer", nel quale spicca la presenza del contrabbassista Rex Horan che, alla maniera del grande Danny Thompson, rievoca i fasti della contaminazione tra folk e jazz sigillata nei capolavori di Nick Drake. Ed è l'identica magia che si rinnova nell'articolata "Retreat To Find" e nella toccante ballata acustica "Irene", dove compare un altro ospite illustre: Alan Sparhawk dei Low.



Introspettivo ma non introverso, "Storm Damage" rappresenta per Ben Watt l'album della perfetta sintesi tra maturità e voglia di rimettersi in gioco: un manifesto sincero di chi sta cercando di superare i dubbi provocati dall'avvicinarsi della terza età. "Chi mi porterà le borse quando sarò fragile e stanco", si chiede il musicista mentre le arie malinconiche di "Hand" si adagiano su incantevoli note di piano, le stesse che accompagnano l'accorata ballata "Festival Song", dove a far male non è più il futuro ma il passato che scivola via: "Ho perso tutti i miei amici ore fa, ma ho ballato e bevuto con un sacco pieno di cose che non conoscevo".

(04/03/2020)


martedì 28 aprile 2020

Gravità zero, il libro di Joe Jackson, è un viaggio nella musica

Nel 1999 Joe Jackson ha pubblicato A Cure for Gravity, un libro in cui il musicista inglese si racconta attraverso una sorta di divertente documentario, ricco di umanità e ironia, facendoci apprezzare anche le sue doti di scrittore. Con la sua narrazione accompagna il lettore sino al 1979, anno in cui esce il suo primo e più venduto album, Look Sharp!.



Finalista nel 2000 del Premio Ralph J. Gleason Music Book, il libro è stato tradotto in tedesco, olandese e ora anche in italiano da Fabrizio Forno grazie a Vololibero Edizioni.
In Gravità zero. Un viaggio nella musica, di Joe Jackson, c’è il ritratto di un adolescente, musicista emarginato e fan di Beethoven, che inizia a esibirsi di fronte a un pubblico di skinhead che lanciano bicchieri e marinai ubriachi che s’azzuffano.
L’opera ci guida, inoltre, dentro le aule della Royal Academy of Music, passando per la Londra della scena punk e new-wave, fino alle soglie della celebrità.
In Gravità Zero, Jackson ci parla della sua sincretica passione per la musica di tutti i generi; di come e perché la gente faccia musica; del suo grande amore per Šostakovič e Prodigy e della sua avversione per Brahms e Brian Eno.
Non è un’autobiografia ma, scrive Joe Jackson“un libro sulla musica astutamente camuffato da libro di memorie” che ci svela come la musica lo abbia salvato dal diventare “uno di quei tristi bastardi che vedi uscire dai pub all’ora di chiusura, in cerca di una rissa”(La redazione)

mercoledì 22 aprile 2020

Perché si dice "stai fresco"?

Ha qualcosa a che fare col 25 marzo (del 1300!), giorno in cui si dice che Dante si perse nella selva oscura...




Per molti esperti della Commedia il 25 marzo del 1300 è il giorno in cui inizia il viaggio di Dante attraverso gli Inferi e fino al Paradiso, il giorno in cui si perde nella selva oscura, e il 25 marzo è la giornata che l'Italia dedica a Dante Alighieri (che quest'anno, alla sua "prima" proprio al tempo della CoViD, cade in un periodo davvero difficile, che impedirà ogni manifestazione pubblica prevista). Quindi... "stai fresco!", l'espressione usata oggi per dire che qualcosa non accadrà, è stata usata per la prima volta proprio da Dante Alighieri nel verso 117 del XXXII canto dell'Inferno. Qui, riferendosi ai dannati sepolti e imprigionati per sempre nel lago ghiacciato di Cocito, il poeta scrive: "là dove i peccatori stanno freschi".

EREDITÀ DANTESCHE. Dante è il padre di molti altri modi di dire che usiamo. Per affermare che un evento non ci scalfisce, possiamo per esempio dire non mi tange, espressione pronunciata da Beatrice (II canto dell'Inferno). Nel XXXIII canto, in un'invettiva contro Pisa, appare invece l'espressione bel Paese, oggi usata come sinonimo di Italia. Nel V canto, nel raccontare l'amore tra Paolo e Francesca, scoccato mentre i due leggevano il racconto del bacio tra Lancillotto e Ginevra, Dante introduce quel galeotto fu (riferito al libro) che usiamo tuttora per dire che la responsabilità di un evento è dipesa da qualcosa estranea a noi.

Anche quando usiamo l'espressione senza infamia e senza lode per far capire che qualcosa non va né tanto bene né tanto male (ma non ci piace un granché), prendiamo ancora da Dante, che scrisse il verso senza infamia e senza lodo nel III canto per indicare gli ignavi, ossia persone che in vita non avevano avuto il coraggio di prendere posizioni.




sabato 18 aprile 2020

David Crosby, la storia del rocker sopravvissuto diventa film

L'incredibile vicenda artistica e umana del rocker oggi settantasettenne è diventata un film 'If I could only remember my name'

Da https://www.repubblica.it/spettacoli/musica/2019/08/03/news/david_crosby-232534914/



Pochi musicisti hanno segnato con la loro voce, la loro presenza, le loro canzoni, gli anni Sessanta e Settanta quanto David Crosby. E non solo per aver fatto parte di due band leggendarie, i Byrds prima e il supergruppo con Graham Nash, Stephen Stills e Neil Young poi, ma anche con un album, il suo primo disco da solista, If I could only remember my name, del 1971, che può ben essere ricordato come il disco che più e meglio di tanti altri ha raccontato un’utopia, un sogno, un'epoca, una comunità di musicisti che hanno cambiato il corso della musica rock. È a quel disco che fa riferimento il titolo del documentario diretto da. A. J. Eton e prodotto da Cameron Crowe, intitolato David Crosby: remember my name che è stato presentato pochi giorni fa negli Usa.


Quella di Crosby è una vicenda artistica, umana, personale, che meritava un simile racconto, chi ha letto le sue due autobiografie, Long time gone e Since then sa bene che a tratti la sua storia è degna di un romanzo, con tanto di colpi di scena, momenti oscuri, drammi, gioie, talmente tanti che una vita sola sembrerebbe non bastare, talmente drammatici che è anche altrettanto incredibile pensare che Crosby sia ancora vivo, sopravvissuto a cose che “noi umani” non avremmo davvero potuto sopportare. Eppure il vecchio Crosby, 77 anni, tanti capelli bianchi in testa, oltre ad uno zuccotto diventato un marchio di fabbrica, sta attraversando una nuova giovinezza, una fase creativa straordinaria, ha pubblicato quattro album in quattro anni, quantità incredibile considerando che tra il 1971 e il 2014, 43 anni, ne aveva pubblicati solo tre; è attivissimo sui social, Twitter in particolare, è quasi sempre in concerto, una sorta di “neverending tour” che, considerando i sette stent e il trapianto di fegato a cui è stato sottoposto, testimonia un’energia e una forza insospettabili; e ha anche avuto il tempo di litigare con tutti i suoi vecchi amici e compagni di vita e musica, soprattutto Graham Nash, ma anche Stephen Stills e Neil Young, che non gli rivolgono più la parola. È questo il David Crosby che Cameron Crowe e A.J. Eton ci presentano nel documentario, che ruota attorno alla sua figura in maniera candida, vera, senza filtri, ripercorrendo la strada fatta fino ad arrivare sin qui. C’è tutto il passato, dal Sunset Strip al Laurel Canyon, dai Byrds alla fama planetaria con CSN&Y, da Monterey Pop a Woodstock, dall’arresto e la prigione alle infinite faide con i suoi tre compari, dalla straordinaria riscoperta del figlio James Raymond, all’amore, che gli ha salvato la vita, per la moglie Jan, dall’antipatia sincera per Jim Morrison al pentimento per i danni fatti con la droga. E c’è Crosby oggi, intervistato in giro per gli Usa, compresa la Kent State University, o la casa fotografata nella copertina del primo disco di CSN.


È un documentario bello, a tratti malinconico e triste, a tratti sentimentale e commovente, molto dovuto al rapporto che Crowe, che nel film veste i panni dell’intervistatore, ha con Crosby e che gli consente un livello di intimità nell’intervista che probabilmente con altri sarebbe stato difficile raggiungere: “Il progetto era di Eaton”, ha raccontato Crowe nella conferenza stampa di presentazione pochi giorni fa a Los Angeles, “è stato lui a convincermi a farne parte e io, che ho sempre amato Crosby e la sua musica, non potevo dire di no. Ma ho fatto il mio vecchio mestiere di giornalista, ho fatto tutte le interviste con Crosby ed è stata un’esperienza fantastica, molto personale, mi sono sentito libero di poter chiedere a lui qualsiasi cosa e ho sentito che Crosby ha raccontato se stesso con una incredibile onestà”. A chi chiede a Crosby se il film è anche un modo di chiedere scusa ai suoi ex amici, alle persone che volontariamente o involontariamente lui nella vita ha ferito, il musicista risponde “Non penso sia un modo di chiedere scusa o di mostrare pentimento. È più una catarsi, una liberazione. Se vuoi imparare qualcosa dalla tua vita devi guardarla con occhi aperti, sapendo dove hai sbagliato e essendo fiero delle cose buone che hai fatto. Ho fatto male a molte persone, ma anche del bene a molte persone, ho commesso errori che non posso cancellare o addolcire, raccontare tutto era la cosa migliore che potessi fare”. Sarà anche un modo per provare a rimettere insieme i cocci di Crosby Stills Nash & Young? “Non credo che vedranno il film”, dice con franchezza Crosby, “spero che lo facciano, perché mi piacerebbe che vedessero cosa sono oggi”.

Da https://www.repubblica.it/spettacoli/musica/2019/08/03/news/david_crosby-232534914/