Don't Beat a Dead Horse
House concert Agorà
The Rootworkers - Enrico Palazzesi (Voce, chitarre), Andrea Ballante (chitarre), Lorenzo Cespi (basso) ed Enrico Bordoni (batteria e tastiere) - sono un gruppo delle Marche, che mixa Jack White, Muddy Waters, Jon Spencer Blues Explosion e Led Zeppelin per creare la propria pozione di rock, blues e garage. Nascono nel 2019 ad Appignano (MC), spinti dalla comune passione per il delta blues, al quale però vengono aggiunti soul, garage, rock psichedelico, alla ricerca della propria ricetta. L’EP d’esordio, Attack, Blues, Release, è del 2022, al quale fa seguito un tour per i festival blues della penisola. Questo Don’t Beat a Dead Horse - pubblicato per l’etichetta Bloos Records, registrato, mixato e prodotto da Frankie Wah agli Astronave Recording Studios di Recanati (MC) - è il primo full lenght e segna un importante salto stilistico e sonoro verso la terra di origine di tutti quei generi musicali che li hanno ispirati.
Il titolo del disco deriva da un’espressione americana che invita a non insistere su ciò che è perso, ma qui il cavallo della copertina del disco è vivo e rampante: segno che probabilmente i Rootworkers vogliono affrontare generi classici e "datati", ma non per questo morti o privi di forza vitale. Ci sono nove brani in tutto, di cui una sola cover, il resto è tutta farina del sacco della band. Si parte con Love Don't Pay the Rent, canzone che parla d’amore, tra chitarre vibranti e voce graffiante, che ricorda certi brani r&b dei primi dischi di Black Joe Lewis & The Honeybears. Il suono inscatolato e carico di fuzz di Unstoppable Pleasure evoca il suono dei Black Keys. Pezzo velocissimo, neanche il tempo di accorgersene e si arriva all’unica cover del disco, Catfish Blues, brano fatto e rifatto, va bene in un po’ tutte le salse.
Il ritmo rallenta con Desert, brano arioso con molto spazio al Fender rhodes, quasi alla Doors, per un soul venato di dub, cupo ma suggestivo, con finale strumentale molto psichedelico. Decisamente più leggero It's Gone (And It's Alright), molto ritmato e spezzato da parti più marcatamente ‘50s, ad altre più garage-noise, finanche al reggae. Interessante, ma sicuramente il pezzo che più spiazza della manciata di brani che compone questo disco. Con l’andare della scaletta, il blues diventa una traccia di sottofondo, un po’ sbiadita, come in Proud of My Life (Don't Ask Me Why) o anche il più elettrico Not My Cup of Tea, dove si alza il gain degli amplificatori e la batteria diventa più cadenzata andando ad attingere da altri generi. Devil on My Bed, con il rischio di cadere nel cliché, parla del blues, dei personaggi chiave del Mississippi, musicalmente passando da un blues carico di distorsione a psichedelia spinta. Forse l’unione delle due anime non è perfettamente riuscita ma lo sforzo è apprezzabile. Ed infine, Dead Flower Blues, singolo che avevano lanciato qualche anno prima, viene ripreso e rimaneggiato per dargli una nuova linfa e chiudere il cerchio su questa prima fase della vita del gruppo.
Buona prima prova quindi, anche se a volte il tentativo di mettere troppe influenze e sonorità all’interno dei brani rischia di togliere il filo logico al tutto. Interessante anche la produzione di Frankie Wah che ha dato un tocco ulteriore di "americanità" al disco.
Il ritmo rallenta con Desert, brano arioso con molto spazio al Fender rhodes, quasi alla Doors, per un soul venato di dub, cupo ma suggestivo, con finale strumentale molto psichedelico. Decisamente più leggero It's Gone (And It's Alright), molto ritmato e spezzato da parti più marcatamente ‘50s, ad altre più garage-noise, finanche al reggae. Interessante, ma sicuramente il pezzo che più spiazza della manciata di brani che compone questo disco. Con l’andare della scaletta, il blues diventa una traccia di sottofondo, un po’ sbiadita, come in Proud of My Life (Don't Ask Me Why) o anche il più elettrico Not My Cup of Tea, dove si alza il gain degli amplificatori e la batteria diventa più cadenzata andando ad attingere da altri generi. Devil on My Bed, con il rischio di cadere nel cliché, parla del blues, dei personaggi chiave del Mississippi, musicalmente passando da un blues carico di distorsione a psichedelia spinta. Forse l’unione delle due anime non è perfettamente riuscita ma lo sforzo è apprezzabile. Ed infine, Dead Flower Blues, singolo che avevano lanciato qualche anno prima, viene ripreso e rimaneggiato per dargli una nuova linfa e chiudere il cerchio su questa prima fase della vita del gruppo.
Buona prima prova quindi, anche se a volte il tentativo di mettere troppe influenze e sonorità all’interno dei brani rischia di togliere il filo logico al tutto. Interessante anche la produzione di Frankie Wah che ha dato un tocco ulteriore di "americanità" al disco.



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