mercoledì 14 ottobre 2026

Imagine” 55 anni dopo: quando John Lennon trasformò la canzone di protesta in opera pop

“Imagine” consegna al mondo il faccione da copertina di John Lennon, che ormai assurge al ruolo di leader mondiale del movimento pacifista. La chiave di volta sta nel rendere accessibile a chiunque i temi di attualità sociale. 


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“Imagine” consegna al mondo il faccione da copertina di John Lennon, che ormai assurge al ruolo di leader mondiale del movimento pacifista. La chiave di volta sta nel rendere accessibile a chiunque i temi di attualità sociale.

Dopo la pubblicazione di “John Lennon / Plastic Ono Band”, nel maggio del 1971 le vicende interpersonali che coinvolgono John Lennon e Paul McCartney si arricchiscono di un nuovo capitolo. Sottotesti di canzoni, interviste e tutta una serie di dicerie non verificate sono il preludio di una causa legale che Paul aveva intrapreso al fine di sciogliere – dopo la band – la società in essere con gli altri tre Beatles. Nonostante non fosse esattamente il momento migliore per pubblicare un album, con precisione chirurgica Macca fa uscire “Ram”, imitando in qualche modo il suo ex collega nella misura in cui il disco è di fatto un prodotto appartenente anche a sua moglie Linda. La storia immediatamente successiva spegnerà tuttavia i pensieri dei maliziosi già pronti a urlare al plagio, dal momento che quel duo sarà il nucleo fondante dei Wings.

Dal canto suo, John legge con amara ironia i messaggi subliminali presenti nei testi e nell’artwork di “Ram”: gli piace pochissimo l’immagine dei due scarafaggi che si accoppiano sul retro di copertina, mentre ai più, al di là della nota teoria del complotto sulla morte del bassista, non sfuggono riferimenti sparsi in Too Many People, 3 Legs e Dear Boy. Lennon avrebbe potuto reagire – artisticamente – in qualsiasi modo, lo fece semplicemente a modo suo. Rinchiuso nello studio casalingo di Tittenhurst Park, insieme a Yoko e all’onnipresente Phil Spector in cabina di produzione, John scrive, assembla e mette in musica un disco che ha un solo fine ultimo: la pace universale. Il centro di tutto è una parola che in sé racchiude sogno e realtà, desiderio e disperazione. Il conflitto con Paul è solo il pretesto per comunicare al mondo che il percorso è compiuto: il primal scream iniziato un anno prima si è esaurito, la voce di quell’urlo primordiale ha portato a termine il suo compito, ciò che lascia intorno a sé è la constatazione che nulla è cambiato, ma la speranza di un nuovo modo di concepire il pianeta resta intatta. 

E’ così che nasce Imagine, un inno che oggi, a distanza di oltre mezzo secolo, pochi esseri umani al mondo non conoscono. Un concentrato contro-deduttivo che in poco più di tre minuti invita a rovesciare l’intero concetto di mondo nel quale viviamo: nessun paradiso, inferno, stato, nulla per cui uccidere, nessuna religione e nemmeno il senso del possesso (che fu prealessandrino, avrebbe detto Battiato anni dopo). E la cosa più meravigliosa di questo pezzo è l’assoluta mancanza di autoreferenzialità, peccato originale del Lennon di “Plastic Ono”. Sono un sognatore? Non sono l’unico. Se un giorno ti unirai a noi, il mondo diventerà una cosa sola, senza distinzioni. Imagine è un pezzo universale, nel senso più pieno e completo del termine. Ed è solo l’inizio.

A ruota segue Crippled Inside, un apparente messaggio lanciato al (solito) vecchio socio in affari, accusato in salsa country-blues di essere marcio dentro, seppur carino esteriormente. E’ un diversivo, l’anticamera scherzosa per introdurre un argomento drammaticamente serio. John si è autodefinito un uomo geloso, possessivo, animato dai sentimenti più tossici e maschilisti possibili nei confronti delle sue donne. Yoko, a modo suo, glielo fa notare, proponendo l’inizio di un percorso di coppia che porterà al riconoscimento di questo lato del suo carattere: sulle macerie di Child of Nature, risalente al periodo trascendentale di Rishikesh e poi accantonata, nasce Jealous Guy, che se non fosse per Imagine sarebbe LA canzone di John Lennon. E’ un atto di pubblica ammissione dei i suoi vizi e insieme il tentativo di chiedere scusa, attraverso sua moglie, a tutto l’universo femminile. 

Nell’alternanza tra leggerezza e profondità ecco sbucare It’s So Hard, altro blues easy-listening nel quale John si diverte a vocalizzare in modo sgangherato quanto sia difficile compiere i gesti ripetitivi di tutti i giorni, al solo scopo di occupare un posto nella società. Fedelmente a questo schema, il lato A si chiude con un altro monumento, l’infinita I Don't Wanna Be a Soldier Mama I Don't Wanna Die. Siamo all’esatto opposto di Imagine: se, infatti, in apertura Lennon chiede agli esseri umani di unirsi in nome della pace universale, qui decostruisce – invece di immaginare – ogni moderna struttura sociale, dichiarando esplicitamente di rifiutare la figura del politico, del prete, dell’avvocato, etc. Quest’opera di spoliazione sociologica ha il suo interlocutore nella mamma, tra tutte le figure quella più primordiale e la cui invocazione fa rimbalzare il pensiero fino alle prime note di Imagine.

Se fino a questo momento i riferimenti pacifisti sotto forma di invettiva contro Richard Nixon e l’inutile campagna in Vietnam erano soltanto intuitivi, con Gimme Some Truth viene definitivamente spazzato via ogni dubbio. Il pezzo, così esplicito da costare a John un dossier a suo carico e il tentativo di espellerlo dagli Stati Uniti, diventò ben presto l’inno delle manifestazioni tenute dai giovani di tutto il mondo contro uno dei più indefiniti e costosi – in termini umani ed economici – conflitti di sempre. Poi è di nuovo tempo di leggerezza, stavolta delicata, quasi eterea: Oh My Love, in questo continuo botta e risposta tra i brani del disco, è il naturale seguito di Jealous Guy, la presa di coscienza di essersi finalmente liberato del suo lato tossico e di sentirsi in grado di dedicare un vero pezzo d’amore a sua moglie. 

Lo schema non si smentisce con How Do You Sleep?, un pezzo che rende esplicito ciò che serpeggia in diversi passaggi di “Imagine”. Nel testo, che inizia con chiari richiami a “Sgt. Pepper’s”, il riferimento è al contorno che Paul ha ricamato intorno a “Ram”, costituito soprattutto da un’intervista nella quale il bassista si prende gran parte dei meriti nel concepimento del capolavoro datato 1967. Nondimeno, oltre ai famosi testi del suo disco, McCartney gira il coltello nella piaga entrando nell’intimità del rapporto tra i coniugi Lennon, accusando direttamente Yoko di essere la principale causa dello scioglimento della sua band. E quindi senza mezze misure John rievoca la famosa teoria del complotto, cantando che “Those freaks was right when they said you was dead”, rimbalzandogli le accuse sulla dipendenza dalla propria consorte con un sonoro “Jump when your momma tell you anything” e giocando con il titolo dell’unica canzone decente – a detta di Lennon – composta dal suo ex compagno di band: “The only thing you done was yesterday”. 

Nell’eterno ritorno dei temi portanti di “Imagine”, in How viene inoltre approfondito il percorso che ha portato al compimento del primal scream. Universale e personale si fondono in un periodo storico e intimo non facile per John. Là fuori impazzavano guerre, iniquità e divisioni di ogni genere, tanto che lui stesso pensava di essere arrivato al limite della sopportazione. Al contempo, dentro di sé stava vivendo un momento di profondi cambiamenti, dovuti alla fine del rapporto con i Beatles e al complicato inizio della relazione con quella che poi sarebbe diventata sua moglie. Una moglie alla quale dedica platealmente la conclusiva Oh Yoko!

La lezione commerciale impartita da “Plastic Ono” è messa in pratica: se il precedente album non fu premiato da pubblico e critica, soprattutto per l’eccessiva distanza rispetto agli standard beatlesiani, con “Imagine” John Lennon ricopre il tutto di cioccolato (ipse dixit) per il piacere del pubblico. Il risultato è che, di fatto, parlando degli stessi argomenti e con la stessa tenacia, ma ammorbidendo decisamente i suoni, il suo disco diventa tutto insieme un successo planetario e uno strumento artistico potentissimo nelle mani dei pacifisti. Solo negli “ostili” Stati Uniti riesce a vendere oltre due milioni di copie, collezionando primi posti in patria e in Italia e un platino in Argentina. 

Oltre le liriche, semplici ma efficacissime, oltre le musiche immediatamente fruibili e riconoscibili, “Imagine” consegna al mondo il faccione da copertina di John Lennon, che ormai assurge al ruolo di leader mondiale del movimento pacifista. La chiave di volta sta nel rendere accessibile a chiunque i temi di attualità sociale: con questo disco viene infatti polverizzato il precedente concetto di canzone di protesta, appartenente a fenomeni di genere tra i quali il primissimo Bob Dylan. Pensate per un attimo alle iniziative umanitarie portate avanti, ad esempio, da Bob Geldof o Bono Vox: cosa sarebbe stato il Live Aid o un pezzo come We Are The World senza Imagine? Probabilmente avremmo visto e ascoltato tutt’altro, forse poco o nulla. Dal punto di vista musicale, è oltremodo rivoluzionaria l’icona di rockstar fallibile, che si pone a metà strada tra il machismo sfrenato di Mick Jagger e l’autodistruzione studiata e messa in atto su un palco da Lou Reed. Un concetto che una decina d’anni più avanti sarà ripreso – con sfumature diverse – dai protagonisti della new wave. 

Come dire: corsi e ricorsi storici, visto che parliamo ancora una volta di un paradigma fatto di proteste, eccessi, cadute rovinose e redenzione finale. Perchè nel rock tutto si trasforma, e la metamorfosi non ha mai fine.


giovedì 8 ottobre 2026

Cinema

 

Naza – di di Yuval Abraham, Rachel Szor (Gran Bretagna, 2026)


Nel 1967, quando Israele dopo la Guerra dei sei giorni conquistò la Cisgiordania costruì gran parte delle infrastrutture ancora oggi presenti nelle terre abitate dai palestinesi: non solo abitazioni, strade, ponti, ma anche linee elettriche, conduttore del gas e linee telefoniche. Comincerei da qui per commentare Naza, il film documentario premiato a Cannes, dei registi Yuval Abraham e Rachel Szor (che già furono autori, con altri del tremendo No Other Land). Perché da qui? Perché, tra le testimonianze dei 24 operatori dell’intelligence israeliana raccolte, come tutti sanno, in modo anonimo sui tetti di Tel Aviv, ce n’è una che ricorda come già fin da quei tempi, il Mossad (ossia i servizi segreti israeliani) avesse la possibilità di ascoltare qualsiasi comunicazione telefonica dei palestinesi, anzi il testimone ribadisce che quella capacità è rimasta intatta negli anni e si è vieppiù incrementata con l’uso dei telefoni cellulari.

È facile quindi immaginare che, con tali mezzi a disposizione, il governo di destra israeliano avrebbe potuto certamente essere al corrente del massacro che stava progettando Hamas; invece per una barbara strategia del terrore, sembra che nessuno sospettasse dell’imminente attacco. A fare impressione però sono le parole dell’operatore dell’intelligence israeliana che candidamente afferma: “Ci sentivamo come Dio”. In queste quattro parole si potrebbe riassumere tutto il film con una sola piccola differenza che nessun dio, di nessuna religione potrebbe agire con una tale perversa malvagità di fini e cioè quella di annientare e sterminare un intero popolo, quello palestinese, colpevole di esistere e accusato di essere la culla dell’organizzazione terroristica Hamas. Il destino ha voluto che potessi vedere il film solo oggi, sette ottobre, ricorrenza del barbaro attacco terroristico da parte di Hamas ai giovani israeliani che partecipavano ad un rave party. “Si sentivano Dio” e probabilmente si sentono ancora così, poiché pensano veramente che Dio possa stare dalla parte di belve senza cuore che affidano gli attacchi alla inerme popolazione palestinese ai calcoli di un algoritmo, il quale (per colpire un solo terrorista che non si sa quale ruolo ricopra e nemmeno esattamente di cosa sia accusato), è capace di uccidere centinaia di civili, uomini, donne, bambini, anziani. Le testimonianze sono lucide, spietate, dettagliate.

Alcune volte mostrano segno di qualche forma di pentimento, qualche volta no. Lo sterminio come fosse un videogioco è ben rappresentato dalla testimonianza di un operatore di drone che gioca al tiro al bersaglio con dei palestinesi in coda in attesa di un po’ di cibo donato dalla solidarietà internazionale. Attenzione però a credere o a far credere che questo sia un film sulla spietatezza dell’intelligenza artificiale, applicata alla guerra. Se davvero si pensa questo o si è in malafede o si è sciocchi. Questo è un film sulla spietatezza, tutta umana, di giovani uomini e donne degli apparati dell’esercito israeliano, agli ordini di un ricercato dalla Corte penale internazionale per presunti crimini di guerra che risponde al nome di Benjamin Netanyahu. Non è un generico film sugli “orrori della guerra” e non è nemmeno un film sulle tenebre che albergano nell’animo umano, questo è un film sul genocidio del popolo palestinese organizzato e messo in pratica dal governo di destra israeliano (non dal popolo ebraico) ai danni della popolazione civile palestinese. “Il nazismo è il male assoluto, ma mi chiedo: cosa sono io?” Queste sono le parole di un agente dell’intelligence israeliana che restano indelebili nelle nostre coscienze.





lunedì 5 ottobre 2026

Dichiarazione di Roma per una Pace Disarmata e Disarmante…e inascoltata

 I Premi Nobel chiedono una governance etica dell’intelligenza artificiale e il rilancio del disarmo. Al Campidoglio nasce la “Dichiarazione di Roma”. E nessuno ne parla.


“L’umanità si trova in un momento decisivo della propria storia”. Sono queste le parole con cui si apre la Dichiarazione di Roma per una Pace Disarmata e Disarmante sottoscritta al termine dellaGlobal Nobel Laureates Assembly on Artificial Intelligence and Nuclear War. Un documento che vuole essere il risultato di tre giorni di intenso lavoro da parte di una trentina tra Premi Nobel, ex capi di Stato e di governo, leader religiosi, scienziati ed esperti internazionali di intelligenza artificiale.Tutti riuniti a Castel Gandolfo e al Campidoglioad un evento al quale ha partecipato anche l’attrice Sharon Stone, che negli ultimi anni ha affiancato alla carriera cinematografica un crescente impegno a sostegno di problemi sociali e umanitari, prendendo parte a campagne di sensibilizzazione.

Esisteva già un documento con lo stesso nome: la “Dichiarazione dei leader dei 27 Stati membri e del Consiglio europeo, del Parlamento europeo e della Commissione europea” detta, appunto, Dichiarazione di Roma. Firmata il 25 marzo 2017, però, aveva un carattere completamente diverso. Nel testo del 2017 si parlava di “offrire ai nostri cittadini sicurezza e nuove opportunità” di fronte a “conflitti regionali, terrorismo, pressioni migratorie crescenti” (e anche, protezionismo e disuguaglianze sociali ed economiche). Si concentrava l’attenzione su “un’Unione pronta ad assumersi maggiori responsabilitàe a contribuire alla creazione di un’industria della difesa più competitiva e integrata; un’Unione impegnata a rafforzare la propria sicurezza e difesa comuni, anche in cooperazione e complementarità con l’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico”.

La nuova Dichiarazione dice esattamente l’opposto. Delle sei direttrici principali, la prima riguarda proprio il disarmo responsabile e chiede di avviare un nuovo percorso internazionale capace di ridurre sia la minaccia nucleare sia quella rappresentata dai sistemi d’arma autonomi. Il secondo argomento della nuova Dichiarazione di Roma si concentra sullo sviluppo dell’intelligenza artificiale. Gli autori della Dichiarazione vorrebbero che i progettisti dei sistemi di IA rendessero pubblici i principi che sono alla base dei propri modelli (ne parlammo in occasione della decisione del governo albanese di affidare la gestione degli appalti ad un sistema di IA). E che fossero chiamati a risponderne anche sul piano giuridico. Allo stesso tempo, viene chiesto che nessun governo possa autorizzare sistemi di potenziamento completamente autonomi senza adeguati strumenti di controllo e di arresto. Tra i punti salienti, la proposta di un trattato che impedisca l’integrazione irresponsabile dell’intelligenza artificiale nei sistemi di comando, controllo e lancio delle armi nucleari, garantendo in ogni circostanza un controllo umano effettivo. Nella Dichiarazione si parla anche della governance globale delle nuove tecnologie. I firmatari chiedono la creazione di meccanismi internazionali di verifica e controllo e di promuove il Panel scientifico indipendente delle Nazioni Unite sull’intelligenza artificiale. Inoltre, invitano governi, imprese e organizzazioni internazionali ad adottare regole condivise prima che lo sviluppo tecnologico possa superare la capacità delle istituzioni di governarlo e controllarlo. Appare evidente che ad ispirare la nuova Dichiarazione è stata laMagnifica humanitasdi Papa Leone XIV. Da questa viene ripreso anche un principio fondamentale: nessuna decisione riguardante la vita, la morte, la pace o la guerra dovrà mai essere delegata ad un algoritmo. Una presa di posizione netta che richiama la responsabilità della politica, della comunità scientifica e delle grandi aziende tecnologiche davanti alle conseguenze delle innovazioni digitali.

Il messaggio dei firmatari è chiaro: il progresso tecnologico non può essere lasciato alla sola logica della competizione geopolitica o del mercato. La tecnologia, affermano, deve rimanere al servizio della persona umana e del bene comune. Per questo la pace non è presentata soltanto come assenza di guerra, ma come il risultato di una responsabilità condivisa, capace di coniugare innovazione, etica e cooperazione internazionale in un momento storico che gli stessi promotori definiscono “decisivo per il futuro dell’umanità”. La nuova Dichiarazione di Roma si inserisce in una tradizione che richiama i grandi appelli del Novecento per il disarmo nucleare, dal Manifesto Russell-Einstein fino agli insegnamenti più recenti del magistero della Chiesa. Ma con una novità non da poco: l’aver posto al centro la convergenza tra due fenomeni destinati a ridisegnare gli equilibri mondiali, l’intelligenza artificiale e le armi nucleari.

Nel corso della cerimonia conclusiva il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, ha sottolineato che l’innovazione dovrebbe essere orientata da principi di dignità della persona, giustizia sociale e responsabilità democratica. Secondo Gualtieri, la pace richiede oggi una nuova alleanza internazionale capace di coniugare sviluppo economico, tutela dell’ambiente e diritti umani.

La domanda è una sola: questo invito sarà accolto dai leader mondiali bramosi di guerre (come dimostra la corsa agli armamenti) o sarà semplicemente l’ennesimo appello inascoltato?

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giovedì 1 ottobre 2026

Agnes Obel The Meaning Of Flowers

 The Meaning Of Flowers” è il nuovo lavoro di Agnes Obel, il quinto d’una discografia non molto prolifica ma qualitativamente brillante, iniziata nel 2010 col già interessante “Philarmonics”, ricco di semplici melodie e ispirato, parole sue, da Erik Satie.




 Del resto la 45enne danese è da considerare artista colta, raffinata, non è certamente un caso che questo nuovo album esca, come il precedente, per un etichetta storica come la Deutsche Grammophon, che solitamente è specializzata in musica classica e contemporanea. 
Inutile dire che la qualità della registrazione è altissima come da tradizione di una delle più antiche label di sempre. Ci sono voluti ben sei anni per avere fra le mani questo nuovo album ma ne valeva la pena, del resto con un'artista di questa caratura è difficile ritrovarsi fra le mani un lavoro scadente.

 Lo stile compositivo della Obel non devia affatto dai precedenti e “The Meaning Of Flowers” è il giusto sequel d’una bella serie di opere che mantengono la sua autrice fra le artiste più ispirate del nuovo millennio. Ci sono qui dentro alcuni spunti che rimandano all’ultimo album di Julia Holter “Materia” che lo ha preceduto di pochi giorni, quelle atmosfere sospese, le voci talvolta sussurrate, anche se qui il mood  più vicino al mondo delle classica piuttosto che a quello del jazz più colto. 

Il disco esplora lo spiccato senso di interdipendenza con con tutti gli esseri viventi sperimentato durante la gravidanza, traendo ispirazione dalla nascita, la crescita e la metamorfosi nel mondo che la circonda. Ha infatti dedicato l’album alla figlia, "colei che mi ha cambiata, fatta crescere e insegnato così tanto”. Fa sempre tenerezza quando le artiste hanno un pensiero speciale per i propri figli, ci viene in mente al proposito la Laura Marling di “Song Of Our Daughter”. 

Tornando al disco, questo presenta dodici composizioni scritte, arrangiate e registrate a Berlino, città dove Agnes Obel e tantissime altre colleghe hanno stabilito la propria sede,  E qui ci preme sottolineare che sono 50 anni, dal David Bowie più sperimentale, che la città tedesca è al top in Europa. Quello che balza subito all’occhio, ma soprattutto all’orecchio sono i fini arrangiamenti di molte canzoni, come la lunga Laymelli, Gemini e due tracce al limite del minimalismo glassiano come Jenn’s On The Way e la finale Faustian Deal. Fra le altre tracce molte presentano momenti sognanti e meditativi, facile trovare bellezza in pezzi come No Such Thing As Silence, Don’t Look Down, Never Been e la pace che sprigiona la breve traccia pianistica Tangerine. Anche a un distratto ascolto appare evidente che la dimensione ideale per una come Agnes Obel sono location dove la musica colta è di casa.

 Nel nuovo tour, che toccherà fortunatamente anche l’Italia con due date, Bologna e Roma, sono stati scelti, non casualmente, un Teatro ed un Auditorium per garantire la migliore qualità d’ascolto grazie ad una perfetta acustica. Nella lunga attesa di questi concerti, dovremo infatti aspettare un anno visto che si svolgeranno nell’Ottobre 2027, non ci resta che consumare d’ascolti questo “The Meaning Of Flowers” sapendo di avere per le mani qualcosa di bello





lunedì 28 settembre 2026

“Ramones” dei Ramones compie 50 anni

 Un romantico sabotaggio del presente; una amorevole rilettura del rock ‘n’ roll crudo e viscerale degli anni Cinquanta e Sessanta; l’apertura di una nuova strada: rumorosa, rozza, lobotomizzante ed attraente; una strada fatta di sonorità  punk, hardcore, trash e speed metal, scandita da beat bubblegum-pop; una rilettura musicale, schietta e senza compromessi, dei demoni che attanagliano la società  americana alla fine degli anni Settanta – abuso di droghe, rigurgiti neo-nazisti, guerra fredda, rampante capitalismo yuppie, conformismo, un approccio nichilista e pessimista nei confronti del domani – reinterpretati attraverso il loro cupo ed irriverente senso dell’umorismo, i loro soliti tre accordi, i giubbotti di pelle nera, le scarpe da ginnastica, le brevi e ruggenti esibizioni al CBGB e questi quattordici brani da circa 2 minuti l’uno, pubblicati, esattamente 50 anni fa, il 23 Aprile del 1976.


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