martedì 3 marzo 2026

Lacudio, inizio anno con due nuovi singoli

 Per Lacudio, al secolo Claudio Carluccio



il 2026 comincia all’insegna di nuova musica. Non uno, ma due i nuovi singoli pubblicati in questi giorni sulle principali piattaforme digitali. Parliamo di “Una storia di plastica” e “Tenebra”. In particolare per quest’ultima, Lacudio ha sottolineato come il brano sia di “qualità bassa e tutto molto punk e non poteva essere altrimenti, preso da una demo, nuda e cruda così com’era stata registrata.

Questi ultimi due brani si aggiungono agli altri pubblicati dall’artista abruzzese a partire dall’aprile 2025, per questo un nuovo progetto musicale che nasce dall'esigenza di esplorare territori sonori intensi e viscerali, fondendo influenze che spaziano dal rock alternativo italiano al grunge internazionale dando voce a testi diretti e introspettivi, raccontando fragilità, contraddizioni e slanci emotivi senza filtri.












domenica 1 marzo 2026

“I racconti di un cane camorrista” di Pasquale Ferro: una voce “sbagliata” per dire la verità

 I racconti di un cane camorrista (Ilmondodisuk, 2025) è il nuovo romanzo di Pasquale Ferro, scrittore e drammaturgo; l’autore è uno dei pochi italiani ad aver pubblicato libri sulla tematica LGBTQIA+ in Russia, dove esiste una legge omotransfobica che vieta di parlare in pubblico dei diritti, degli amori e delle prospettive di cittadini e cittadine gay. Anche nella lingua di Dostoevskij, infatti, ha proposto Gli odori dei miei ricordi (Atman, 2000), La luna esiste (Luciano Editore, 2009), Macedonia e Valentina (Ilmondodisuk, 2014) e Bambola di stracci (Ilmondodisuk, 2017).




Pasquale Ferro costruisce il suo romanzo non tanto su una sequenza di eventi, quanto su una scelta peculiare di sguardo; tale prospettiva è radicalmente inattesa: non autorevole, non potente, e perfino non umana nel senso tradizionale del termine. L’autore ha infatti deciso di affidare la narrazione a una cagnolina di razza yorkshire, e in questo modo ha privato il racconto di ogni possibile alibi: Pacchiana, questo è il triste nome che le è toccato in sorte, ha uno sguardo neutrale che penetra nell’essenza di ciò che vede senza filtri, condanne o giustificazioni.

Non c’è estetizzazione del male in questa storia: la voce narrante osserva e registra, con una logica tanto ingenua quanto profondamente lucida; è una creatura che non può articolare parola, che non può denunciare, che non può salvarsi. Può solo osservare, inerme; ed è proprio questa condizione a rendere il racconto così disturbante ma anche significativo.

Il romanzo non chiede empatia e non invita a mettersi nei panni dei personaggi umani; costringe piuttosto il lettore a condividere lo sguardo con un esserino che non ha strumenti per difendersi, né per mentire a sé stesso. La cagnolina non comprende tutte le regole del mondo che la circonda, ma ne afferra perfettamente la brutalità, l’ingiustizia e l’assurdità; riesce anche a smascherare il boss suo padrone perché, essendo insignificante ai suoi occhi, può coglierlo nei momenti privati in cui manifesta dolore, paura e fragilità.

In questo duro romanzo non c’è una progressione degli eventi rassicurante; al contrario, tutto sembra replicarsi e incancrenirsi. Ed è proprio in questo aspetto che la narrazione diventa profondamente politica: mostra un sistema che si autoalimenta, che normalizza l’orrore e che premia l’omertà. I racconti di un cane camorrista non offre consolazione ma consapevolezza; non chiede di indignarsi ma di assumersi la responsabilità dello sguardo. È un’opera che funziona perché sceglie deliberatamente un punto di vista “sbagliato” per affermare una verità che, da un’altra angolazione, rischierebbe di diventare pura retorica.

Qui la scheda del libro: https://www.ibs.it/racconti-di-cane-camorrista-libro-pasquale-ferro/e/9788896158210

La pagina Facebook dell’autore: https://www.facebook.com/pasquale.ferro.102/

Fonte originale dell' articolo




martedì 24 febbraio 2026

La poesia del “quasi perduto”: Iron & Wine svela “Hen’s Teeth”. Ascolta

Nel panorama musicale contemporaneo, dove tutto sembra calcolato e prevedibile, arriva una notizia che sa di miracolo discreto. Sam Beam, la mente e il cuore dietro a Iron & Wine, ha annunciato l’uscita di “Hen’s Teeth” (“Denti di Gallina”), un nuovo album che non avrebbe mai dovuto vedere la luce. E invece eccolo qui, un reperto prezioso e inatteso, pronto a schiudersi il prossimo mese.


Definirlo semplicemente un “companion” a Light Verse (il suo acclamato lavoro del 2024) sarebbe riduttivo. Hen’s Teeth è piuttosto la sua eco intima, il laboratorio segreto, il lato B di un disco che ha già conquistato i nostri giradischi. È il frutto di sessioni registrate negli ultimi anni con il produttore e ingegnere Dave Way a Los Angeles, canzoni che rischiavano di rimanere per sempre nel cassetto dei “quasi”.

“Il titolo suggerisce l’impossibile. I denti di gallina non esistono. E questo disco era esattamente così: un dono che non dovrebbe essere qui, ma c’è. Una cosa impossibile, eppure reale”.

Queste le parole di Beam, che racchiudono l’essenza di un progetto nato per caso e custodito con cura. Ad accompagnarlo in questo viaggio, una famiglia musicale d’eccezione: sua figlia Arden alla voce, e poi nomi del calibro di David Garza, Sebastian Steinberg e l’amata formazione Americana I’m With Her, che compare in due brani.

Ad anticipare l’atmosfera dell’album arriva il singolo “In Your Ocean”, accompagnato da un video diretto da Spencer Kelly. Un’immagine potente e domestica: una coppia che combatte con un barattolo di marmellata ostinato. Una metafora perfetta per le tensioni e le delicate battaglie quotidiane che Beam sa cantare come nessun altro.

Con l’annuncio, confermati anche i tour in Nord America e Australasia, a dimostrare che questa “cosa impossibile” è pronta a vivere non solo nei solchi del vinile, ma anche dal vivo, in carne e ossa.

“Hen’s Teeth” non è solo un nuovo capitolo discografico. È la prova che la musica più necessaria a volte nasce ai margini, nei ritagli di tempo, e che la bellezza può fiorire proprio dove meno te l’aspetti. Prepariamoci ad accogliere un piccolo, prezioso miracolo.

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sabato 21 febbraio 2026

8 Celluloide CINEMA

 

Regalo di Natale

1986 - Regia di Pupi Avati - Con Diego Abantantuono, Carlo Delle Piane, Gianni Cavina, Alessandro Haber, George Eastman - Scritto da: Pupi Avati - Musiche di Riz Ortolani - Fotografia di Pasquale Rachini



Il periodo delle festività natalizie, è da sempre fonte di ispirazione, nonché elemento portante di tante storie di letteratura, musica, teatro e cinema, in quanto momento centrale della nostra tradizione; non poteva mancare pertanto, una puntata di Celluloide legata a film dal contesto natalizio.

Uno dei titoli più significativi nella storia del nostro cinema in questo senso, è senza ombra di dubbio Regalo di Natale, film del 1986 di Pupi Avati, regista non sempre continuo nel livello qualitativo delle sue opere (anche a causa di una produzione fin troppo prolifica), ma che proprio negli anni ’80, come nella parte finale del primo decennio degli anni 2000, ha conosciuto probabilmente la sua fase migliore.

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