“Imagine” consegna al mondo il faccione da copertina di John Lennon, che ormai assurge al ruolo di leader mondiale del movimento pacifista. La chiave di volta sta nel rendere accessibile a chiunque i temi di attualità sociale.
“Imagine” consegna al mondo il faccione da copertina di John Lennon, che ormai assurge al ruolo di leader mondiale del movimento pacifista. La chiave di volta sta nel rendere accessibile a chiunque i temi di attualità sociale.

Dopo la pubblicazione di “John Lennon / Plastic Ono Band”, nel maggio del 1971 le vicende interpersonali che coinvolgono John Lennon e Paul McCartney si arricchiscono di un nuovo capitolo. Sottotesti di canzoni, interviste e tutta una serie di dicerie non verificate sono il preludio di una causa legale che Paul aveva intrapreso al fine di sciogliere – dopo la band – la società in essere con gli altri tre Beatles. Nonostante non fosse esattamente il momento migliore per pubblicare un album, con precisione chirurgica Macca fa uscire “Ram”, imitando in qualche modo il suo ex collega nella misura in cui il disco è di fatto un prodotto appartenente anche a sua moglie Linda. La storia immediatamente successiva spegnerà tuttavia i pensieri dei maliziosi già pronti a urlare al plagio, dal momento che quel duo sarà il nucleo fondante dei Wings.
Dal canto suo, John legge con amara ironia i messaggi subliminali presenti nei testi e nell’artwork di “Ram”: gli piace pochissimo l’immagine dei due scarafaggi che si accoppiano sul retro di copertina, mentre ai più, al di là della nota teoria del complotto sulla morte del bassista, non sfuggono riferimenti sparsi in Too Many People, 3 Legs e Dear Boy. Lennon avrebbe potuto reagire – artisticamente – in qualsiasi modo, lo fece semplicemente a modo suo. Rinchiuso nello studio casalingo di Tittenhurst Park, insieme a Yoko e all’onnipresente Phil Spector in cabina di produzione, John scrive, assembla e mette in musica un disco che ha un solo fine ultimo: la pace universale. Il centro di tutto è una parola che in sé racchiude sogno e realtà, desiderio e disperazione. Il conflitto con Paul è solo il pretesto per comunicare al mondo che il percorso è compiuto: il primal scream iniziato un anno prima si è esaurito, la voce di quell’urlo primordiale ha portato a termine il suo compito, ciò che lascia intorno a sé è la constatazione che nulla è cambiato, ma la speranza di un nuovo modo di concepire il pianeta resta intatta.
E’ così che nasce Imagine, un inno che oggi, a distanza di oltre mezzo secolo, pochi esseri umani al mondo non conoscono. Un concentrato contro-deduttivo che in poco più di tre minuti invita a rovesciare l’intero concetto di mondo nel quale viviamo: nessun paradiso, inferno, stato, nulla per cui uccidere, nessuna religione e nemmeno il senso del possesso (che fu prealessandrino, avrebbe detto Battiato anni dopo). E la cosa più meravigliosa di questo pezzo è l’assoluta mancanza di autoreferenzialità, peccato originale del Lennon di “Plastic Ono”. Sono un sognatore? Non sono l’unico. Se un giorno ti unirai a noi, il mondo diventerà una cosa sola, senza distinzioni. Imagine è un pezzo universale, nel senso più pieno e completo del termine. Ed è solo l’inizio.

A ruota segue Crippled Inside, un apparente messaggio lanciato al (solito) vecchio socio in affari, accusato in salsa country-blues di essere marcio dentro, seppur carino esteriormente. E’ un diversivo, l’anticamera scherzosa per introdurre un argomento drammaticamente serio. John si è autodefinito un uomo geloso, possessivo, animato dai sentimenti più tossici e maschilisti possibili nei confronti delle sue donne. Yoko, a modo suo, glielo fa notare, proponendo l’inizio di un percorso di coppia che porterà al riconoscimento di questo lato del suo carattere: sulle macerie di Child of Nature, risalente al periodo trascendentale di Rishikesh e poi accantonata, nasce Jealous Guy, che se non fosse per Imagine sarebbe LA canzone di John Lennon. E’ un atto di pubblica ammissione dei i suoi vizi e insieme il tentativo di chiedere scusa, attraverso sua moglie, a tutto l’universo femminile.
Nell’alternanza tra leggerezza e profondità ecco sbucare It’s So Hard, altro blues easy-listening nel quale John si diverte a vocalizzare in modo sgangherato quanto sia difficile compiere i gesti ripetitivi di tutti i giorni, al solo scopo di occupare un posto nella società. Fedelmente a questo schema, il lato A si chiude con un altro monumento, l’infinita I Don't Wanna Be a Soldier Mama I Don't Wanna Die. Siamo all’esatto opposto di Imagine: se, infatti, in apertura Lennon chiede agli esseri umani di unirsi in nome della pace universale, qui decostruisce – invece di immaginare – ogni moderna struttura sociale, dichiarando esplicitamente di rifiutare la figura del politico, del prete, dell’avvocato, etc. Quest’opera di spoliazione sociologica ha il suo interlocutore nella mamma, tra tutte le figure quella più primordiale e la cui invocazione fa rimbalzare il pensiero fino alle prime note di Imagine.
Se fino a questo momento i riferimenti pacifisti sotto forma di invettiva contro Richard Nixon e l’inutile campagna in Vietnam erano soltanto intuitivi, con Gimme Some Truth viene definitivamente spazzato via ogni dubbio. Il pezzo, così esplicito da costare a John un dossier a suo carico e il tentativo di espellerlo dagli Stati Uniti, diventò ben presto l’inno delle manifestazioni tenute dai giovani di tutto il mondo contro uno dei più indefiniti e costosi – in termini umani ed economici – conflitti di sempre. Poi è di nuovo tempo di leggerezza, stavolta delicata, quasi eterea: Oh My Love, in questo continuo botta e risposta tra i brani del disco, è il naturale seguito di Jealous Guy, la presa di coscienza di essersi finalmente liberato del suo lato tossico e di sentirsi in grado di dedicare un vero pezzo d’amore a sua moglie.
Lo schema non si smentisce con How Do You Sleep?, un pezzo che rende esplicito ciò che serpeggia in diversi passaggi di “Imagine”. Nel testo, che inizia con chiari richiami a “Sgt. Pepper’s”, il riferimento è al contorno che Paul ha ricamato intorno a “Ram”, costituito soprattutto da un’intervista nella quale il bassista si prende gran parte dei meriti nel concepimento del capolavoro datato 1967. Nondimeno, oltre ai famosi testi del suo disco, McCartney gira il coltello nella piaga entrando nell’intimità del rapporto tra i coniugi Lennon, accusando direttamente Yoko di essere la principale causa dello scioglimento della sua band. E quindi senza mezze misure John rievoca la famosa teoria del complotto, cantando che “Those freaks was right when they said you was dead”, rimbalzandogli le accuse sulla dipendenza dalla propria consorte con un sonoro “Jump when your momma tell you anything” e giocando con il titolo dell’unica canzone decente – a detta di Lennon – composta dal suo ex compagno di band: “The only thing you done was yesterday”.
Nell’eterno ritorno dei temi portanti di “Imagine”, in How viene inoltre approfondito il percorso che ha portato al compimento del primal scream. Universale e personale si fondono in un periodo storico e intimo non facile per John. Là fuori impazzavano guerre, iniquità e divisioni di ogni genere, tanto che lui stesso pensava di essere arrivato al limite della sopportazione. Al contempo, dentro di sé stava vivendo un momento di profondi cambiamenti, dovuti alla fine del rapporto con i Beatles e al complicato inizio della relazione con quella che poi sarebbe diventata sua moglie. Una moglie alla quale dedica platealmente la conclusiva Oh Yoko!
La lezione commerciale impartita da “Plastic Ono” è messa in pratica: se il precedente album non fu premiato da pubblico e critica, soprattutto per l’eccessiva distanza rispetto agli standard beatlesiani, con “Imagine” John Lennon ricopre il tutto di cioccolato (ipse dixit) per il piacere del pubblico. Il risultato è che, di fatto, parlando degli stessi argomenti e con la stessa tenacia, ma ammorbidendo decisamente i suoni, il suo disco diventa tutto insieme un successo planetario e uno strumento artistico potentissimo nelle mani dei pacifisti. Solo negli “ostili” Stati Uniti riesce a vendere oltre due milioni di copie, collezionando primi posti in patria e in Italia e un platino in Argentina.
Oltre le liriche, semplici ma efficacissime, oltre le musiche immediatamente fruibili e riconoscibili, “Imagine” consegna al mondo il faccione da copertina di John Lennon, che ormai assurge al ruolo di leader mondiale del movimento pacifista. La chiave di volta sta nel rendere accessibile a chiunque i temi di attualità sociale: con questo disco viene infatti polverizzato il precedente concetto di canzone di protesta, appartenente a fenomeni di genere tra i quali il primissimo Bob Dylan. Pensate per un attimo alle iniziative umanitarie portate avanti, ad esempio, da Bob Geldof o Bono Vox: cosa sarebbe stato il Live Aid o un pezzo come We Are The World senza Imagine? Probabilmente avremmo visto e ascoltato tutt’altro, forse poco o nulla. Dal punto di vista musicale, è oltremodo rivoluzionaria l’icona di rockstar fallibile, che si pone a metà strada tra il machismo sfrenato di Mick Jagger e l’autodistruzione studiata e messa in atto su un palco da Lou Reed. Un concetto che una decina d’anni più avanti sarà ripreso – con sfumature diverse – dai protagonisti della new wave.
Come dire: corsi e ricorsi storici, visto che parliamo ancora una volta di un paradigma fatto di proteste, eccessi, cadute rovinose e redenzione finale. Perchè nel rock tutto si trasforma, e la metamorfosi non ha mai fine.














