Il 25 aprile, festa della Liberazione e anniversario della Resistenza, è una data simbolica di molti accadimenti verificatisi sulla scena mondiale in vari periodi. Ci sono molte canzoni che ricordano e celebrano questo giorno. Innanzitutto, il 25 aprile segna la fine dell’occupazione tedesca in Italia, della Seconda guerra mondiale, la caduta del regime fascista e la vittoria delle forze che hanno partecipato alla Resistenza. Per rievocare questo evento importante segnalerei alcune canzoni.

Una mattina mi sono svegliato
o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao
una mattina mi sono svegliato
e ci ho trovato l’invasor.
O partigiano, portami via
o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao
o partigiano, portami via
che mi sento di morir.
E se io muoio da partigiano
o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao
e se io muoio da partigiano
tu mi devi seppellir.
Seppellire lassù in montagna
o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao
seppellire lassù in montagna
sotto l’ombra di un bel fior.
E le genti che passeranno
o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao
e le genti che passeranno
diranno: che bel fior!
È questo il fiore del partigiano
o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao
è questo il fiore del partigiano
morto per la libertà!
Come tutti sappiamo Bella Ciao è un canto popolare antifascista nato nell’Appennino Emiliano prima della Liberazione e diventato celebre dopo la Resistenza.
Una mattina mi son svegliato e ho trovato l’invasor
Una canzone per la Resistenza e contro tutte le invasioni, Bella ciao si diffuse a partire dagli anni ’50 in tutta Europa, e, cantata nei tanti Festival che si tenevano in quegli anni, cominciò ad essere tradotta in tantissime lingue diverse. È diventata, forse, il più grande simbolo di Resistenza nel mondo.
Fischia il vento è una celebre canzone partigiana italiana su aria russa, il cui testo era stato scritto dal giovane poeta e medico ligure, neolaureato a Bologna prima dell’8 settembre 1943, Felice Cascione. La melodia che fu poi utilizzata durante la Resistenza è quella della famosa canzone popolare sovietica Katjuša, composta nel 1938 da Matvej Blanter e Michail Isakovskij, che parla di una giovane fanciulla russa la quale passeggia sulla sponda del fiume e aspetta il suo innamorato, amico di penna, impegnato sul fronte.
Fischia il vento ed infuria la bufera
Scarpe rotte e pur bisogna andar
A conquistare la rossa primavera
Dove sorge il sol dell’avvenir
…a conquistare la rossa primavera
Dove sorge il sol dell’avvenir
Ogni contrada è patria del ribelle
Ogni donna a lui dona un sospir
Nella notte lo guidano le stelle
Forte il cuor e il braccio nel colpir
…nella notte lo guidano le stelle
Forte il cuor e il braccio nel colpir
E se ci coglie la crudele morte
Dura vendetta verrà dal partigian
Ormai sicura è già la dura sorte
Del fascista vile traditor
…ormai sicura è già la dura sorte
Del fascista vile traditor
Cessa il vento, calma è la bufera
Torna a casa il fiero partigian
Sventolando la rossa sua bandiera…
vittoriosi, al fin liberi siam!

Oltre il ponte – Modena City Ramblers
Un ex-partigiano narra alla sua giovane figlia le sue avventure in guerra.
Vedevamo a portata di mano, dietro il tronco, il cespuglio, il canneto, l’avvenire d’un mondo più umano e più giusto, più libero e lieto.
Si tratta di un brano scritto da Italo Calvino nel 1958 e musicato da Sergio Liberovici nel 1959. Nel 2005, all’interno dell’album Appunti partigiani, i Modena City Ramblers lo ripropongono insieme a Moni Ovadia su una musica tradizionale irlandese.
Suona Rosamunda – Vinicio Capossela.
La canzone, uscita nell’album Canzoni a Manovella del 2000, è ispirata a “Se questo è un uomo”, la poesia di Primo Levi.
“Non riesco a dimenticare i seicentomila ragazzetti che trent’anni fa hanno dato la loro cultura e la loro vita per salvare me e la mia cultura. Non dimentico un ragazzetto di diciotto anni che allora si fece sgozzare da un soldato straniero per garantirmi un pezzo di terra su cui essere poeta (…)”
Con queste parole del poeta Piero Ciampi, nel 2009, a Parma, in occasione del concerto per il 25 Aprile, Capossela introduce Suona Rosamunda.
Quel giorno d’aprile – Francesco Guccini
Bella, bellissima canzone che racconta la Liberazione. Dopo l’orrore, il freddo, la durezza della guerra, l’entusiasmo della vittoria, la gioia, la commozione. La data di uscita della canzone è il 2012.
Ma il paese è in festa e saluta i soldati tornati mentre mandrie di nuvole pigre dormono sul campanile ed ognuno ritorna alla vita come i fiori nei prati come il vento di aprile.
Oltre alle canzoni della Resistenza e della Liberazione, i temi della pace e della libertà sono stati ripresi sempre in corrispondenza della fine di aprile e si richiamano ad altri movimenti e processi importanti della storia mondiale. Segnalerei alcune canzoni famose che vengono eseguite spesso nella data del 25 aprile:
C’è un’ipotesi migliore, per cui battersi e morire e non credere a chi dice di no.
Tratto dall’album Il dado del 1996, è un pezzo dedicato a Che Guevara e alla lotta per la libertà da parte del popolo cubano. Ricordiamo di questo sollevamento il Movimento del 26 luglio che si ispira al famoso attacco da parte di Fidel Castro e seguaci alla caserma Moncada a Santiago del Cuba nel 1953.
La guerra di Piero – Fabrizio De André

Canzone senza tempo piena di riferimenti poetici, forse la più famosa tra i brani di De André contro la guerra, ma certamente non l’unica. La data di uscita è il 1966.
Dormi sepolto in un campo di grano
non è la rosa non è il tulipano
che ti fan veglia dall’ombra dei fossi
ma sono mille papaveri rossi.
“Lungo le sponde del mio torrente
voglio che scendano i lucci argentati
non più i cadaveri dei soldati
portati in braccio dalla corrente.”
Così dicevi ed era inverno
e come gli altri verso l’inferno
te ne vai triste come chi deve
il vento ti sputa in faccia la neve
Fermati Piero, fermati adesso
lascia che il vento ti passi un po’ addosso
dei morti in battaglia ti porti la voce
“Chi diede la vita ebbe in cambio una croce”
Ma tu non lo udisti e il tempo passava
con le stagioni a passo di giava
ed arrivasti a varcar la frontiera
in un bel giorno di primavera.
E mentre marciavi con l’anima in spalle
vedesti un uomo in fondo alla valle
che aveva il tuo stesso identico umore
ma la divisa di un altro colore
Sparagli Piero, sparagli ora
e dopo un colpo sparagli ancora
fino a che tu non lo vedrai esangue
cadere in terra a coprire il suo sangue.
“E se gli sparo in fronte o nel cuore
soltanto il tempo avrà per morire
ma il tempo a me resterà per vedere
vedere gli occhi di un uomo che muore”.
E mentre gli usi questa premura
quello si volta, ti vede e ha paura
ed imbracciata l’artiglieria
non ti ricambia la cortesia
Cadesti in terra senza un lamento
e ti accorgesti in un solo momento
che il tempo non ti sarebbe bastato
a chiedere perdono per ogni peccato.
Cadesti in terra senza un lamento
e ti accorgesti in un solo momento
che la tua vita finiva quel giorno
e non ci sarebbe stato un ritorno.
“Ninetta mia crepare di maggio
ci vuole tanto troppo coraggio
Ninetta bella dritto all’inferno
avrei preferito andarci in inverno.”
E mentre il grano ti stava a sentire
dentro alle mani stringevi un fucile
dentro alla bocca stringevi parole
troppo gelate per sciogliersi al sole
Dormi sepolto in un campo di grano
non è la rosa non è il tulipano
che ti fan veglia dall’ombra dei fossi
ma sono mille papaveri rossi.
Il soldato Piero si augurava di morire in inverno e non in primavera. L’inverno forse corrisponde, nelle intenzioni del cantautore genovese, alla vecchiaia mentre la primavera evoca, dietro suggestione di Omero e di Mimnermo, la giovinezza. Piero muore in un prato di papaveri, in un campo di grano. Non lo attorniano fiori nobili come la rosa e il tulipano, ma ricordiamo che anche il papavero ha una connotazione simbolica molto importante: il fiore allude alla consolazione, al riposo eterno e con il colore rosso sangue dei suoi petali allude al sangue del Cristo crocifisso. Anche Piero si è sacrificato per la libertà dei suoi confratelli, la sua anima è salva, si rinnova e ascende.
Blowin’ in the wind – Bob Dylan e Joan Baez
How many roads must a man walk down before you call him a man?
Questa canzone è il manifesto pacifista per antonomasia, scritto da Bob Dylan nel 1962 e pubblicato la prima volta l’anno successivo nell’album The Freewheelin’ Bob Dylan. Mi piace riproporvela nella versione con Joan Baez.

Blowin’ in the wind
How many roads must a man walk down
Before you call him a man?
Yes, ‘n’ how many seas must a white dove sail
Before she sleeps in the sand?
Yes, ‘n’ how many times must the cannon balls fly
Before they’re forever banned?
The answer, my friend, is blowin’ in the wind,
The answer is blowin’ in the wind(1).
How many times must a man look up
Before he can see the sky?
Yes, ‘n’ how many ears must one man have
Before he can hear people cry?
Yes, ‘n’ how many deaths will it take till he knows
That too many people have died?
The answer, my friend, is blowin’ in the wind,
The answer is blowin’ in the wind.
How many years can a mountain exist
Before it’s washed to the sea?
Yes, ‘n’ how many years can some people exist
Before they’re allowed to be free?
Yes, ‘n’ how many times can a man turn his head,
Pretending he just doesn’t see?
The answer, my friend, is blowin’ in the wind,
The answer is blowin’ in the wind.
Testo della canzone (Traduzione in italiano)
Traduzione a cura di Ermanno Tassi
Se ne va nel vento
Quante strade deve percorrere un uomo
prima di essere chiamato uomo?
E quanti mari deve superare una colomba bianca
prima che si addormenti sulla spiaggia?
E per quanto tempo dovranno volare le palle di cannone
prima che vengano bandite per sempre?
la risposta, amico mio, se ne va nel vento,
la risposta se ne va nel vento
Per quanto tempo un uomo deve guardare in alto
prima che riesca a vedere il cielo?
E quanti orecchie deve avere un uomo
prima che ascolti la gente piangere?
E quanti morti ci dovranno essere affinché lui sappia
che troppa gente è morta?
la risposta, amico mio, se ne va nel vento,
la risposta se ne va nel vento
Per quanti anni una montagna può esistere
prima che venga spazzata via dal mare?
E per quanti anni alcuni possono vivere
prima che sia concesso loro di essere liberi
E per quanto tempo può un uomo girare la sua testa
fingendo di non vedere
la risposta, amico mio, se ne va nel vento,
la risposta se ne va nel vento
È importante sottolineare che il refrain The answer is blowing in the wind significa che la risposta se ne va nel vento, aleggia nel vento, è portata dal vento: si denota qui una visione pessimistica o quanto meno una soluzione sospesa, perché non si sa se questa risposta verrà raccolta da qualcuno.
El Pueblo Unido – Inti Illimani
El pueblo unido jamás será vencido è una delle più note canzoni legate al movimento Unidad Popular, a Salvador Allende e al tragico golpe cileno del 1973. Composta nel 1970 dal musicista cileno Sergio Ortega, è diventata un simbolo della lotta per il ritorno alla democrazia in Cile e nel resto del mondo.
Anche lo scrittore Luis Sepúlveda Calfucura (Ovalle, 4 ottobre 1949 – Oviedo, 16 aprile 2020) ha combattuto attivamente contro il dittatore Augusto Pinochet.
APPENDICE: UNA CANZONE PER LA PACE E PER LA FINE DELLA DITTATURA IN PORTOGALLO: LA CELEBRE CANZONE “GRANDOLA VILA MORENA”

GRANDOLA VILA MORENA
Si noti la particolare costruzione metrica della canzone: ogni quartina è seguita da un’altra che ripete gli stessi versi in ordine inverso.
Grândola, vila morena
Terra da fraternidade
O povo é quem mais ordena
Dentro de ti, ó cidade
Dentro de ti, ó cidade
O povo é quem mais ordena
Terra da fraternidade
Grândola, vila morena.
Em cada esquina um amigo
Em cada rosto igualdade
Grândola, vila morena
Terra da fraternidade
Terra da fraternidade
Grândola, vila morena
Em cada rosto igualdade
O povo é quem mais ordena.
À sombra duma azinheira
Que já não sabia a idade
Jurei ter por companheira
Grândola a tua vontade
Grândola a tua vontade
Jurei ter por companheira
À sombra duma azinheira
Que já não sabia a idade.
GRÂNDOLA, CITTA’ DEI MORI
Grândola, città dei Mori
terra di fratellanza
è il popolo che più comanda
dentro di te, o città.
Dentro di te, o città
è il popolo che più comanda
terra di fratellanza,
Grândola, città dei Mori.
A ogni angolo un amico,
su ogni volto l’uguaglianza
Grândola, bruna città
terra di fratellanza
terra di fratellanza,
Grândola, bruna città
su ogni volto l’uguaglianza,
è il popolo che più comanda.
Ed all’ombra d’una sughera
che non sa più quanti anni ha
giurai d’aver per compagna,
Grândola, la tua volontà.
Grândola, la tua volontà
giurai d’aver per compagna
all’ombra d’una sughera
che non sa più quanti anni ha.
Se mai esiste una canzone che ha fatto la storia nel senso più completo del termine, questa è Grândola vila morena. In assoluto, una delle canzoni più famose della storia e sicuramente la più famosa di tutta quella del Portogallo.
Fu infatti proprio la trasmissione di questa canzone di José Afonso (fino ad allora assolutamente proibita) dalle onde di “Limite”, il programma musicale quotidiano notturno di “Rádio Renascença“, un’emittente cattolica, che diede il segnale d’inizio, alla mezzanotte del 25 aprile 1974, alla Revolução dos cravos, la “Rivoluzione dei garofani” (così chiamata dai fiori che una venditrice ambulante si mise a offrire ai militari di sinistra la mattina del sollevamento, in Praça do Comércio) che mise fine alla dittatura fascista portoghese, che durava da cinquant’anni.
Una canzone scelta dai militari (assieme ad una canzonetta d’amore di Paulo de Carvalho, E depois do adeus, per il segnale di preallarme; con questo, anche tale canzone entrò nella storia) proprio perché parla di fraternità, di pace e di uguaglianza presa a simbolo da delle forze armate che, una volta tanto, fecero veramente il bene del loro popolo (interrompendo, tra le altre cose, le sanguinose guerre coloniali che stavano letteralmente dissanguando il Portogallo).
Come raccontò José Afonso stesso, Grândola vila morena era stata composta in omaggio alla Sociedade Musical Fraternidade Operária Grandolense (Grândola è una cittadina del sud del Portogallo), una delle prime cooperative e associazioni operaie severamente represse dal regime. José Afonso aveva tenuto uno spettacolo a Grândola il 17 maggio 1964, e fu esattamente in questa occasione che il cantautore aveva conosciuto il chitarrista Carlos Paredes.
Ma José Afonso era rimasto soprattutto impressionato dall’associazione: un “locale buio e privo di qualsiasi struttura, con una biblioteca, con chiari obiettivi rivoluzionari ed una disciplina generalizzata ed accettata da tutti i membri. Ciò rivelava una grande coscienza e maturità politica.”
Sin dal suo apparire, la canzone -che parlava di un’associazione proibita- fu anch’essa proibita. Per averla eseguita in pubblico più volte, José Afonso dovette subire numerosi arresti ed interrogatori da parte della polizia ordinaria e della PIDE.
Al momento della sua trasmissione come segnale d’inizio per l’abbattimento del regime fascista, Grândola era già una canzone-simbolo.
Ricorda lo stesso José Afonso: “Non sapevo che la canzone fosse stata scelta per dare il segnale della Rivoluzione. Nei giorni immediatamente successivi non me ne resi neppure conto. Me ne accorsi quando cominciai a vedere masse di gente che la cantavano per strada; fu una sensazione strana, ma bellissima.”
Nella città di Grândola un grande monumento riporta lo spartito musicale con le parole della canzone.
25 aprile 1974, ore 00,20
Negli studi di Rádio Renascença, in rua Capelo (nello storico quartiere del Chiado, poi andato semidistrutto da un incendio nel 1994), un annunciatore, del tutto ignaro degli impegni assunti da Carlos Albino e Manuel Tomás, legge annunci pubblicitari senza intenzione di voler smettere e non accorgendosi dei gesti disperati di Manuel Tomás che si sbraccia per dirgli di interrompere. Passati 19 secondi dall’ora concordata per il segnale, Manuel Tomás dà uno strattone alla mano dell’altro tecnico, José Videira, facendo partire il nastro dov’era stata registrata “Grândola vila morena”. La canzone parte: è il “celebre segnale” (“célebre senha”) della “Rivoluzione dei Garofani”, che abbatte il più antico regime fascista europeo.
25 aprile 1974, ore 00,30
Dieci minuti dopo il segnale, la macchina della Rivoluzione è già pienamente in moto a Lisbona e in tutto il Portogallo. Iniziano gli arresti degli ufficiali rimasti fedeli al regime; al Campo di Istruzione Militare di Santa Margarida si accumula materiale da guerra, vengono messi a punto i blindati e i carri armati senza che ancora il governo abbia la minima notizia di quel che sta accadendo.
La preparazione dell’azione, tra bar, ristoranti, pasticcerie, rosticcerie e chiese, è stata perfetta.
Grândola vila morena ha posto fine a cinquanta anni di dittatura iniziata nel 1926 in Portogallo con il regime di António de Oliveira Salazar (Vimieiro, 28 aprile 1889 – Lisbona, 27 luglio 1970). Salazar si era ritirato dal governo del Portogallo all’incirca nel 1968, ma la dittatura è proseguita con i suoi collaboratori fino al 25 aprile del 1974, quando il regime fascista è stato abbattuto dai militari. Il dittatore Salazar incarna per alcuni portoghesi il male assoluto ed è per questo che la scrittrice J.K. Rowling ha scelto il nome di Salazar per indicare il fondatore della casata dei Serpeverde nella sua saga incentrata su Harry Potter. J.K. Rowling che ha studiato discipline classiche e umanistiche alla Sorbona di Parigi, era sposata nel primo matrimonio con un portoghese e ha dato omaggio alla terra lusitana nei suoi romanzi, mescolando reminiscenze classiche con riferimenti di attualità.
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