"Al vostro posto non ci so stare". Intervista a Fabrizio Bartelloni
Al vostro posto non ci so stare. Dei delitti e delle pene secondo Fabrizio De André". Così si intitola il saggio, pubblicato il 6 giugno 2025 da Pacini Editore (144 pagine), con cui Fabrizio Bartelloni - avvocato penalista, magistrato onorario nonché fine culture e appassionato di musica e di cantautorato - offre un'analisi giuridica accurata e dettagliata del canzoniere dell'autore ligure intrecciando testi e aneddoti biografici.
Il libro è patrocinato dal Museo di Viadelcampo29rosso e dalla Camera Penale di Pisa, e intende svolgere un'importante opera di sensibilizzazione sulle condizioni dei detenuti e quella delle carceri italiane - e, più in generale, sulla natura e la funzione della sanzione penale.
Il libro è patrocinato dal Museo di Viadelcampo29rosso e dalla Camera Penale di Pisa, e intende svolgere un'importante opera di sensibilizzazione sulle condizioni dei detenuti e quella delle carceri italiane - e, più in generale, sulla natura e la funzione della sanzione penale.
Abbiamo raggiunto Fabrizio Bartelloni, autore del volume.
Come e quando è nata l'idea di esaminare il corpus di testi di Fabrizio De André sotto un aspetto giuridico?
L'idea di dedicare un libro a Fabrizio De André mi accompagnava da tempo, soprattutto come forma di ringraziamento e di "sdebitamento" per tutto ciò che da lui e dalle sue canzoni ho ricevuto in dono e in dote. Visto l'enorme numero di libri e pubblicazioni già esistenti, ho pensato che potesse essere interessante e originale unire le mie competenze da giurista alla passione e alla conoscenza della vita e dell'opera deandreiane, anche perché ben sapevo come i temi della giustizia, della pena e della legge attraversassero tutto il suo canzoniere - dagli esordi fino ad "Anime salve" -, consentendomi così di approfondire al contempo anche alcuni passaggi della sua biografia.
Come e quando è nata l'idea di esaminare il corpus di testi di Fabrizio De André sotto un aspetto giuridico?L'idea di dedicare un libro a Fabrizio De André mi accompagnava da tempo, soprattutto come forma di ringraziamento e di "sdebitamento" per tutto ciò che da lui e dalle sue canzoni ho ricevuto in dono e in dote. Visto l'enorme numero di libri e pubblicazioni già esistenti, ho pensato che potesse essere interessante e originale unire le mie competenze da giurista alla passione e alla conoscenza della vita e dell'opera deandreiane, anche perché ben sapevo come i temi della giustizia, della pena e della legge attraversassero tutto il suo canzoniere - dagli esordi fino ad "Anime salve" -, consentendomi così di approfondire al contempo anche alcuni passaggi della sua biografia.
De Andrè, come spieghi nel libro, aveva studiato giurisprudenza senza però completare gli studi. E aveva un fratello maggiore, Mauro, che fu avvocato di fama e cui è stato intitolato il Palazzetto dello Sport di Ravenna...
Mauro, il fratello di Fabrizio, scomparso anch'egli prematuramente all'età di 55 anni, corrispondeva all'ideale di figlio che i genitori dei due, e in particolare il professor Giuseppe, sognavano di avere. Intelligente, serio, studioso, si era laureato brillantemente, divenendo poi uno stimato avvocato civilista (lo studio legale De André esiste ancora, a Genova, ndr). Era, tra l'altro, avvocato e amico di Raoul Gardini, che a lui ha intitolato il palasport di Ravenna, il Paladeandré, appunto. Fabrizio era, sostanzialmente, l'opposto e per molti anni ha vissuto in modo anche doloroso il confronto con un modello di affermazione individuale a lui del tutto inadatto, con conseguenti conflitti con il padre, con il fratello e presumibilmente anche con se stesso.
Mauro, il fratello di Fabrizio, scomparso anch'egli prematuramente all'età di 55 anni, corrispondeva all'ideale di figlio che i genitori dei due, e in particolare il professor Giuseppe, sognavano di avere. Intelligente, serio, studioso, si era laureato brillantemente, divenendo poi uno stimato avvocato civilista (lo studio legale De André esiste ancora, a Genova, ndr). Era, tra l'altro, avvocato e amico di Raoul Gardini, che a lui ha intitolato il palasport di Ravenna, il Paladeandré, appunto. Fabrizio era, sostanzialmente, l'opposto e per molti anni ha vissuto in modo anche doloroso il confronto con un modello di affermazione individuale a lui del tutto inadatto, con conseguenti conflitti con il padre, con il fratello e presumibilmente anche con se stesso.
Sono diversi gli intrecci che emergono dalla tua narrazione. Il primo nome è quello di Georges Brassens, innegabile influenza per il nostro insieme a Jacques Brel (ma in seguito ci saranno traduzioni di Bob Dylan e Leonard Cohen). Brassens, le cui canzoni sono spesso esempi di sberleffo ("Il gorilla" è del 1952, come fai notare nel saggio è coetanea di "Vecchio scarpone") è un'influenza chiave anche per l'attenzione alla sfera giuridica?
L'impatto di Georges Brassens e delle sue canzoni sul giovane De André è decisivo da ogni punto di vista: musicale, etico, persino politico. Di fatto è proprio il baffuto occitano ad avvicinare Fabrizio all'anarchia e ai suoi principali teorici (Stirner, Bakunin, Malatesta e così via) e dunque anche a uno sguardo nei confronti della legge e del cosiddetto ordine costituito che possiamo definire antagonista.
"Il gorilla" è uno sberleffo, ma anche un durissimo j'accuse contro la pena di morte e la "disinvoltura" con cui certi giudici dispensano giustizia - Brassens la dedicò a un suo amico finito davvero sotto la ghigliottina -, un messaggio e una posizione che De André ha immediatamente avvertito come proprie.
Tutte le canzoni del primo periodo, quando non sono addirittura fedeli traduzioni di Brassens, portano con loro l'imprinting dello chansonnier francese.
L'impatto di Georges Brassens e delle sue canzoni sul giovane De André è decisivo da ogni punto di vista: musicale, etico, persino politico. Di fatto è proprio il baffuto occitano ad avvicinare Fabrizio all'anarchia e ai suoi principali teorici (Stirner, Bakunin, Malatesta e così via) e dunque anche a uno sguardo nei confronti della legge e del cosiddetto ordine costituito che possiamo definire antagonista.
"Il gorilla" è uno sberleffo, ma anche un durissimo j'accuse contro la pena di morte e la "disinvoltura" con cui certi giudici dispensano giustizia - Brassens la dedicò a un suo amico finito davvero sotto la ghigliottina -, un messaggio e una posizione che De André ha immediatamente avvertito come proprie.
Tutte le canzoni del primo periodo, quando non sono addirittura fedeli traduzioni di Brassens, portano con loro l'imprinting dello chansonnier francese.
Poi ci sono i colleghi. Quelli che lo hanno studiato (Roberto Vecchioni), che lo hanno contestato (da sinistra, come Giorgio Gaber, e da destra, come Bruno Lauzi che trovava insopportabile la retorica de "Il pescatore")...
Il rapporto di De André con i colleghi meriterebbe probabilmente un libro a parte. Con molti ha collaborato (Francesco De Gregori, Ivano Fossati, Mauro Pagani, Massimo Bubola, tra gli altri), finendo quasi sempre per litigarci, salvo successivi chiarimenti. Con altri ha avuto delle dispute poi risolte bonariamente (vedi il caso dell'appropriazione "garibaldina" di una musica composta da Enzo Jannacci per "Via del Campo") oppure ridancianamente (memorabile il boicottaggio del trio De André-De Gregori-Nanni Ricordi della presentazione milanese di "Quando verrà Natale" di Antonello Venditti); da altri ancora ha ricevuto degli attacchi.
Quello di Gaber seguì l'uscita di "Storia di un impiegato", in un periodo in cui la politicizzazione coatta della canzone d'autore ha generato più mostri del sonno della ragione, ma i due poi si sono rappacificati. Lauzi, invece, da liberale e da polemista qual era, proprio non riusciva a digerire, ma forse nemmeno a comprendere pienamente, l'anarchismo di Fabrizio, pur nutrendo profonda stima per lui.
Il rapporto di De André con i colleghi meriterebbe probabilmente un libro a parte. Con molti ha collaborato (Francesco De Gregori, Ivano Fossati, Mauro Pagani, Massimo Bubola, tra gli altri), finendo quasi sempre per litigarci, salvo successivi chiarimenti. Con altri ha avuto delle dispute poi risolte bonariamente (vedi il caso dell'appropriazione "garibaldina" di una musica composta da Enzo Jannacci per "Via del Campo") oppure ridancianamente (memorabile il boicottaggio del trio De André-De Gregori-Nanni Ricordi della presentazione milanese di "Quando verrà Natale" di Antonello Venditti); da altri ancora ha ricevuto degli attacchi.
Quello di Gaber seguì l'uscita di "Storia di un impiegato", in un periodo in cui la politicizzazione coatta della canzone d'autore ha generato più mostri del sonno della ragione, ma i due poi si sono rappacificati. Lauzi, invece, da liberale e da polemista qual era, proprio non riusciva a digerire, ma forse nemmeno a comprendere pienamente, l'anarchismo di Fabrizio, pur nutrendo profonda stima per lui.
C'è un'ampia sezione in cui si parla del rapimento di Fabrizio e Dori Ghezzi e del loro rapporto con la giustizia e con gli stessi rapitori...
Credo sia una delle parti più importanti dell'intero libro. Certamente una di quelle che lo rende, almeno auspicabilmente, un testo diverso dai molti altri dedicati a Faber. Ho voluto, infatti, dare molto spazio anche a episodi di vita in cui De André ha dimostrato come vi fosse assoluta coerenza tra ciò che andava cantando e dicendo dal palco e il modo in cui poi agiva o avrebbe agito in determinate situazioni. L'episodio, drammatico, del rapimento è l'esempio più evidente, con il perdono immediatamente elargito agli esecutori materiali del sequestro e la capacità, da vittima, di comprendere il contesto sociale e culturale in cui i suoi carcerieri erano cresciuti e si erano formati, trovando così non una giustificazione, ma una spiegazione al loro gesto.
Diverso il discorso per i mandanti dell'azione criminale, anche se poi lui e Dori Ghezzi hanno esteso il perdono a tutti, rinunciando anche alla costituzione di Parte Civile nel processo penale e sottoscrivendo la domanda di grazia presentata da Salvatore Vargiu, il vivandiere della banda condannato a 25 anni di carcere.
"Con buona pace di Beccaria, non credo che il carcere sia un istituto di riabilitazione. La galera è solo una terribile punizione, una forma di vendetta. E vendicarsi per me è da stupidi". In altri passaggi racconti anche di quando visse in un monolocale insieme al poeta Riccardo Mannerini che proteggeva in casa ricercati che avrebbero altrimenti messo in galera. Come possiamo definire l'approccio di Fabrizio al di là delle facili etichette? Un anarchico? Un libertario?
L'anarchismo di De André era un anarchismo etico più che strettamente politico. L'aveva colpito quella frase di Malatesta che definisce gli anarchici dei "santi senza dio che aiutano chi è più disperato di loro" e ne ha fatto, in buona parte, il suo credo. Era certamente un libertario, ma soprattutto credeva, in linea con un certo pensiero anarchico e non solo, che l'istinto di comprensione e accoglienza dell'altro proprio dell'essere umano venisse inevitabilmente corrotto dal suo inserimento in un contesto sociale organizzato, per la semplice ragione che le leggi, dati un contesto territoriale e storico, le fa sempre la classe sociale dominante in quel momento. E le fa, inevitabilmente, a proprio beneficio e tutela.
Il carcere, per De André, era una delle molte emanazioni e manifestazioni del potere borghese e una delle conseguenze della "contaminazione" che ho descritto, che aveva elevato la vendetta sociale al rango, se non addirittura di valore, di dovere. Va detto che, più in là con gli anni rispetto all'epoca di quella frase, avrebbe compreso le potenzialità rieducative degli istituti di pena, attivandosi anche in prima persona nel tentativo di realizzarle.
Fabrizio prende posizione, ne "La domenica delle salme" (da "Le nuvole"), su Renato Curcio, condannato per concorso morale in omicidio volontario, denunciando quanta ingiustizia ci sia ancora in Italia. "Lui che non ha commesso nessun delitto è ancora in galera perché non si è dissociato, ovvero non ha approfittato di quella regola peraltro immorale attraverso la quale si possono avere benefici di legge. Insomma, Curcio che non è una spia resta dentro mentre vedo alcuni dei miei sequestratori circolare liberamente per la Gallura"...
Alla fine pure Curcio venne liberato. E mi sono sempre chiesto se per caso anche il grido di dolore di De André, insieme a quello di altri cantautori, abbia avuto qualche effetto. Sarebbe confortante. In ogni caso sì, per De André la legge italiana che ancora oggi e sempre di più premia i cosiddetti dissociati dal terrorismo (così come i c.d. pentiti dei reati di mafia) e in generale chi collabora con la giustizia consentendo l'arresto di altre persone era immorale e inaccettabile. A livello personale condivideva molto di più il codice etico degli esecutori materiali del suo sequestro, figli della Barbagia più profonda, che non si erano comportati da "infami" facendo la spia e avevano così portato a casa condanne pesantissime ed "esemplari", di quello dei mandanti, che collaborando e facendo arrestare tutta la banda, si erano garantiti sconti di pena importanti. Allo stesso modo in non rinnegato Curcio continuava a svernare nelle patrie galere, mentre i suoi compagni utilitaristicamente redenti riguadagnavano uno dopo l'altro la libertà.
Sul finire degli anni 60 Fabrizio De André, per via di "Carlo Martello", ebbe una denuncia per contenuti osceni da un ascoltatore veneto (il processo, poi, si chiuse con un'assoluzione per insussistenza del fatto). Un brano che reputi esemplare per raccontare l'attenzione sul tema della giustizia è "La ballata del Michè..."
"Carlo Martello..." nasce nel 1963, come boutade costruita insieme al suo grande amico di gioventù Paolo Villaggio e fondata sulla convinzione che quel Re che Re non è mai stato davvero fosse, in verità, "un gran puttaniere". Un azzardo reputato da qualcuno eccessivo in un'Italia ancora puritana.
"La ballata del Michè", invece, che Fabrizio reputava la sua prima vera canzone, invece parte dal dramma di un fatto realmente accaduto l'omicidio da parte di un sottoproletario immigrato a Genova dal Sud Italia, tale Michele Aiello, del suo rivale in amore, o, meglio, di colui che voleva rubargli l'unica cosa che possedeva: l'amore della sua vita. La cronaca gli offre così l'occasione di esprimere le convinzioni che lo accompagneranno per tutta la vita: la legge borghese che si accanisce contro chi non appartiene alla classe dei maiores; il carcere come luogo di "anime già morte" e negazione stessa della vita, e dunque viatico verso il suicidio; l'assenza di qualsiasi umana pietas anche in chi ne dovrebbe essere il primo portatore, perché laddove c'è un potere non ci può essere bontà (fino al Concilio Vaticano II la Chiesa Cattolica negava i funerali religiosi e la sepoltura in terra consacrata a chi si fosse tolto la vita per mano propria).
A proposito di "direzione ostinata e contraria", nel pieno del '68 Fabrizio De André non venne capito quando pubblicò "La buona novella", che venne definito anacronistico da più parti. Quali sono a tuo avviso i migliori esempi che possano spiegare la religiosità laica attribuita ai testi di De André?
Tutto quell'album, ispirato ai vangeli apocrifi, racconta la religiosità laica di De André, che riconosce in Gesù di Nazareth non un Dio ma un uomo - per lui il primo anarchico e rivoluzionario della storia - portatore di un messaggio così straordinario da averlo fatto passare per una creatura sovrannaturale. La stessa trasfigurazione avviene ne "Il pescatore", con il protagonista che è di nuovo una chiara umanizzazione del Cristo, che, come dice in "Laudate hominem", non può pensare figlio di Dio, ma figlio dell'uomo, e dunque fratello anche suo. In ogni caso Fabrizio spiritualmente si sentiva vicino all'animismo dei pellerossa americani.
In conclusione del tuo libro c'è una playlist. Dovessi scegliere cinque canzoni che più di altre spiegano l'approccio di Faber sui temi della giustizia, quali sceglieresti e perché?
"La ballata del Miché", perché è la prima e per le ragioni a cui ho già accennato prima. "La città vecchia" perché la strofa finale, che evidenzia la distanza tra chi giudica gli altri "da buon borghese" e chi li sa riconoscere come suoi simili "vittime di questo mondo", è la summa del suo pensiero sulla giustizia. "Il testamento di Tito" perché, come diceva lui, è la canzone in cui, dando la parola a chi non appartiene alla classe dominante, si evidenziano tutte le contraddizioni e le incongruenze di leggi che chi è al potere crea a sua immagine e somiglianza. "Un giudice" perché affronta un altro vizio della giustizia, ossia l'ontologica impossibilità per noi deboli, vulnerabili e mutevoli esseri umani di dispensare giustizia con equità e distacco, ossia astraendoci dai sentimenti, dai tormenti e dai risentimenti che ci attraversano. "Don Raffaè" perché è un capolavoro con cui, nel volgere di cinque minuti, non solo racconta la quotidianità della vita in carcere, ma offre anche un impietoso spaccato sulla realtà socio-politica italiana. Oggi non troppo diversa da quella del 1990. Anzi, forse persino peggiorata.
L'anarchismo di De André era un anarchismo etico più che strettamente politico. L'aveva colpito quella frase di Malatesta che definisce gli anarchici dei "santi senza dio che aiutano chi è più disperato di loro" e ne ha fatto, in buona parte, il suo credo. Era certamente un libertario, ma soprattutto credeva, in linea con un certo pensiero anarchico e non solo, che l'istinto di comprensione e accoglienza dell'altro proprio dell'essere umano venisse inevitabilmente corrotto dal suo inserimento in un contesto sociale organizzato, per la semplice ragione che le leggi, dati un contesto territoriale e storico, le fa sempre la classe sociale dominante in quel momento. E le fa, inevitabilmente, a proprio beneficio e tutela.
Il carcere, per De André, era una delle molte emanazioni e manifestazioni del potere borghese e una delle conseguenze della "contaminazione" che ho descritto, che aveva elevato la vendetta sociale al rango, se non addirittura di valore, di dovere. Va detto che, più in là con gli anni rispetto all'epoca di quella frase, avrebbe compreso le potenzialità rieducative degli istituti di pena, attivandosi anche in prima persona nel tentativo di realizzarle.
Fabrizio prende posizione, ne "La domenica delle salme" (da "Le nuvole"), su Renato Curcio, condannato per concorso morale in omicidio volontario, denunciando quanta ingiustizia ci sia ancora in Italia. "Lui che non ha commesso nessun delitto è ancora in galera perché non si è dissociato, ovvero non ha approfittato di quella regola peraltro immorale attraverso la quale si possono avere benefici di legge. Insomma, Curcio che non è una spia resta dentro mentre vedo alcuni dei miei sequestratori circolare liberamente per la Gallura"...
Alla fine pure Curcio venne liberato. E mi sono sempre chiesto se per caso anche il grido di dolore di De André, insieme a quello di altri cantautori, abbia avuto qualche effetto. Sarebbe confortante. In ogni caso sì, per De André la legge italiana che ancora oggi e sempre di più premia i cosiddetti dissociati dal terrorismo (così come i c.d. pentiti dei reati di mafia) e in generale chi collabora con la giustizia consentendo l'arresto di altre persone era immorale e inaccettabile. A livello personale condivideva molto di più il codice etico degli esecutori materiali del suo sequestro, figli della Barbagia più profonda, che non si erano comportati da "infami" facendo la spia e avevano così portato a casa condanne pesantissime ed "esemplari", di quello dei mandanti, che collaborando e facendo arrestare tutta la banda, si erano garantiti sconti di pena importanti. Allo stesso modo in non rinnegato Curcio continuava a svernare nelle patrie galere, mentre i suoi compagni utilitaristicamente redenti riguadagnavano uno dopo l'altro la libertà.
Sul finire degli anni 60 Fabrizio De André, per via di "Carlo Martello", ebbe una denuncia per contenuti osceni da un ascoltatore veneto (il processo, poi, si chiuse con un'assoluzione per insussistenza del fatto). Un brano che reputi esemplare per raccontare l'attenzione sul tema della giustizia è "La ballata del Michè...""Carlo Martello..." nasce nel 1963, come boutade costruita insieme al suo grande amico di gioventù Paolo Villaggio e fondata sulla convinzione che quel Re che Re non è mai stato davvero fosse, in verità, "un gran puttaniere". Un azzardo reputato da qualcuno eccessivo in un'Italia ancora puritana.
"La ballata del Michè", invece, che Fabrizio reputava la sua prima vera canzone, invece parte dal dramma di un fatto realmente accaduto l'omicidio da parte di un sottoproletario immigrato a Genova dal Sud Italia, tale Michele Aiello, del suo rivale in amore, o, meglio, di colui che voleva rubargli l'unica cosa che possedeva: l'amore della sua vita. La cronaca gli offre così l'occasione di esprimere le convinzioni che lo accompagneranno per tutta la vita: la legge borghese che si accanisce contro chi non appartiene alla classe dei maiores; il carcere come luogo di "anime già morte" e negazione stessa della vita, e dunque viatico verso il suicidio; l'assenza di qualsiasi umana pietas anche in chi ne dovrebbe essere il primo portatore, perché laddove c'è un potere non ci può essere bontà (fino al Concilio Vaticano II la Chiesa Cattolica negava i funerali religiosi e la sepoltura in terra consacrata a chi si fosse tolto la vita per mano propria).
A proposito di "direzione ostinata e contraria", nel pieno del '68 Fabrizio De André non venne capito quando pubblicò "La buona novella", che venne definito anacronistico da più parti. Quali sono a tuo avviso i migliori esempi che possano spiegare la religiosità laica attribuita ai testi di De André?
Tutto quell'album, ispirato ai vangeli apocrifi, racconta la religiosità laica di De André, che riconosce in Gesù di Nazareth non un Dio ma un uomo - per lui il primo anarchico e rivoluzionario della storia - portatore di un messaggio così straordinario da averlo fatto passare per una creatura sovrannaturale. La stessa trasfigurazione avviene ne "Il pescatore", con il protagonista che è di nuovo una chiara umanizzazione del Cristo, che, come dice in "Laudate hominem", non può pensare figlio di Dio, ma figlio dell'uomo, e dunque fratello anche suo. In ogni caso Fabrizio spiritualmente si sentiva vicino all'animismo dei pellerossa americani.
In conclusione del tuo libro c'è una playlist. Dovessi scegliere cinque canzoni che più di altre spiegano l'approccio di Faber sui temi della giustizia, quali sceglieresti e perché?
"La ballata del Miché", perché è la prima e per le ragioni a cui ho già accennato prima. "La città vecchia" perché la strofa finale, che evidenzia la distanza tra chi giudica gli altri "da buon borghese" e chi li sa riconoscere come suoi simili "vittime di questo mondo", è la summa del suo pensiero sulla giustizia. "Il testamento di Tito" perché, come diceva lui, è la canzone in cui, dando la parola a chi non appartiene alla classe dominante, si evidenziano tutte le contraddizioni e le incongruenze di leggi che chi è al potere crea a sua immagine e somiglianza. "Un giudice" perché affronta un altro vizio della giustizia, ossia l'ontologica impossibilità per noi deboli, vulnerabili e mutevoli esseri umani di dispensare giustizia con equità e distacco, ossia astraendoci dai sentimenti, dai tormenti e dai risentimenti che ci attraversano. "Don Raffaè" perché è un capolavoro con cui, nel volgere di cinque minuti, non solo racconta la quotidianità della vita in carcere, ma offre anche un impietoso spaccato sulla realtà socio-politica italiana. Oggi non troppo diversa da quella del 1990. Anzi, forse persino peggiorata.
Oltre ad essere un giurista, Fabrizio, sei anche un appassionato di musica e di canzone d'autore. Da anni a Pisa organizzi eventi divulgativi insieme a Marco Masoni in cui approfondisci autori come Battisti, De André, De Gregori, Paolo Conte. In base a questa vostra esperienza, ritieni che sia importante la diffusione della cultura musicale con questi audioforum come esperienze d'ascolto collettivo?
Senza falsa modestia, posso dirti che io e Marco siamo stati dei veri e propri apripista per quanto riguarda gli eventi dedicati ai cantautori. Nel lontano 2019, quando abbiamo iniziato, erano iniziative che, in pratica, non esistevano o erano estremamente sporadiche. Adesso ce ne sono a centinaia in ogni dove - nella nostra zona più di qualcuno si è "ispirato" a noi, peraltro - e in molte forme diverse. Quando è moda è moda, come cantavano Gaber e Luporini? Può darsi, ma è anche il segnale, confortante, che il patrimonio, non solo musicale, ma culturale, rappresentato dall'opera di questi artisti straordinari non si perderà nel vento come la celebre "risposta" di Dylan.
Quali sono i vostri prossimi appuntamenti?
A partire da febbraio ritorneremo sul luogo del delitto, ossia in quella Gipsoteca di Arte Antica dell'Università di Pisa in cui abbiamo iniziato per una nuova rassegna di incontri a cadenza mensile. Questa volta però ci dedicheremo a singoli LP, a dischi di cantautori che nel 2026 festeggiano compleanni significativi e che sono così importanti per la musica italiana da meritare una serata tutta per loro. Si inizia con "La voce del padrone" di Franco Battiato, per passare poi ai trent'anni di "Anime salve" di De André, ai quaranta di "Don Giovanni" di Lucio Battisti e ai cinquanta di "Via Paolo Fabbri, 43" del Maestrone Guccini.
Senza falsa modestia, posso dirti che io e Marco siamo stati dei veri e propri apripista per quanto riguarda gli eventi dedicati ai cantautori. Nel lontano 2019, quando abbiamo iniziato, erano iniziative che, in pratica, non esistevano o erano estremamente sporadiche. Adesso ce ne sono a centinaia in ogni dove - nella nostra zona più di qualcuno si è "ispirato" a noi, peraltro - e in molte forme diverse. Quando è moda è moda, come cantavano Gaber e Luporini? Può darsi, ma è anche il segnale, confortante, che il patrimonio, non solo musicale, ma culturale, rappresentato dall'opera di questi artisti straordinari non si perderà nel vento come la celebre "risposta" di Dylan.
Quali sono i vostri prossimi appuntamenti?
A partire da febbraio ritorneremo sul luogo del delitto, ossia in quella Gipsoteca di Arte Antica dell'Università di Pisa in cui abbiamo iniziato per una nuova rassegna di incontri a cadenza mensile. Questa volta però ci dedicheremo a singoli LP, a dischi di cantautori che nel 2026 festeggiano compleanni significativi e che sono così importanti per la musica italiana da meritare una serata tutta per loro. Si inizia con "La voce del padrone" di Franco Battiato, per passare poi ai trent'anni di "Anime salve" di De André, ai quaranta di "Don Giovanni" di Lucio Battisti e ai cinquanta di "Via Paolo Fabbri, 43" del Maestrone Guccini.



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