Regalo di Natale
1986 - Regia di Pupi Avati - Con Diego Abantantuono, Carlo Delle Piane, Gianni Cavina, Alessandro Haber, George Eastman - Scritto da: Pupi Avati - Musiche di Riz Ortolani - Fotografia di Pasquale Rachini
Il periodo delle festività natalizie, è da sempre fonte di ispirazione, nonché elemento portante di tante storie di letteratura, musica, teatro e cinema, in quanto momento centrale della nostra tradizione; non poteva mancare pertanto, una puntata di Celluloide legata a film dal contesto natalizio.
Uno dei titoli più significativi nella storia del nostro cinema in questo senso, è senza ombra di dubbio Regalo di Natale, film del 1986 di Pupi Avati, regista non sempre continuo nel livello qualitativo delle sue opere (anche a causa di una produzione fin troppo prolifica), ma che proprio negli anni ’80, come nella parte finale del primo decennio degli anni 2000, ha conosciuto probabilmente la sua fase migliore.
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Avati, dopo aver cominciato la sua carriera sul finire degli anni ’60, sul versante horror – thriller, culminato con la realizzazione, nel 1976, de La casa dalle finestre che ridono, un giallo-horror che dà inizio al cosiddetto filone del gotico padano – divenuto successivamente un film di culto – con gli anni ’80, si indirizza più decisamente verso la commedia, denotando una particolare abilità nel ritrarre le vicende dell’Italia della provincia contadina, come quelle della borghesia cittadina, entrambe inquadrate dal suo osservatorio privilegiato della città di Bologna (dove Pupi Avati è nato nel 1938) e della sua provincia.
Prima di Regalo di Natale, Avati aveva già realizzato tre film con i quali avviò la sua particolare lettura della della società italiana, ritratta sia mediante episodi ambientati nella contemporaneità, che nel contesto di altri momenti del ‘900; Una gita scolastica del 1983, Impiegati del 1984 e Festa di laurea del 1985. Un periodo estremamente febbrile dunque per Avati, nel quale sforna alcuni dei suoi titoli migliori, tra i quali il film di cui ci apprestiamo a parlare.
È la vigilia di Natale e tre vecchi amici bolognesi, Ugo (Cavina), Gabriele (Lele, interpretato da Haber) e Stefano (Eastman), si ritrovano per giocare una partita a poker, passione che li accomuna; Ugo, è riuscito a coinvolgere un misterioso industriale, l’avvocato Antonio Santelia (Delle Piane), del quale si sa poco, tranne che ami giocare, inanellando delle perdite ingenti e che dunque è designato come il “pollo da spennare”. Per l’occasione, i tre decidono di contattare anche l’altro componente storico del loro gruppo, Franco, da anni ormai residente a Milano.
Fin dall’inizio del film si delineano i caratteri dei singoli personaggi e le loro vicende. Lele è la classica figura di perdente, impiegato in un giornale nel quale scrive di cinema, venendo sistematicamente bistrattato da colleghi e superiori; la sua speranza è che l’eventuale vincita nella notte di Natale, gli consenta di raggranellare la cifra che gli serve per coronare il suo sogno di pubblicare una biografia su John Ford, nel cassetto da anni.
Stefano è proprietario di una palestra e pur avendo una relazione con una donna, già dalla prima scena in cui compare, appalesa la sua omosessualità, evidenziando anche il turbamento che tale contraddizione gli crea.
Ugo lavora nelle televendite presso una piccola televisione privata, ma gli è appena stato comunicato che non otterrà il rinnovo del contratto; è divorziato da anni e ha quattro figli che non vede mai, oltre ad essere sommerso da una marea di debiti.
Franco è proprietario di un importante cinema nel centro di Milano, attività che gli ha consentito di raggiungere una certa floridezza economica: in effetti, uno dei motivi per cui gli altri amici decidono di coinvolgerlo nella partita, oltre al fatto di essere il giocatore più forte tra i quattro, è proprio il fatto che sembra l’unico di loro in grado di tenere testa ai prevedibili azzardi di Santelia. Gli amici ignorano però che già da un po’ di tempo gli incassi della sua sala cinematografica non vanno bene, nell’epoca della prima vera crisi del cinema.
C’è però anche un secondo motivo dietro l’invito rivolto a Franco: lui ed Ugo, le due anime del gruppo, non si parlano da dieci anni, dopo che il secondo ha convinto la prima moglie dell’amico a mollarlo per fuggire con lui, determinando la fine del loro matrimonio. Stefano, Lele ed apparentemente lo stesso Ugo, sperano che la notte di Natale possa costituire l’occasione giusta per una riappacificazione.
Nel frattempo Franco si è risposato e raggiunge Bologna all’insaputa della moglie – alla quale ha giurato che non avrebbe mai più giocato a carte – ignaro della presenza di Ugo; venutone a conoscenza da Lele, in un primo momento decide di rinunciare alla serata, ma le sue necessità economiche lo portano ad accettare.
Ugo, arrivato Franco, cerca in tutti i modi di avere un chiarimento presentando le proprie scuse per la vecchia faccenda; per tutta risposta però, Franco gli promette di giocare, a patto che ognuno conduca il proprio gioco, rinunciando alla prospettiva di una spartizione finale: solo così sarà sicuro della sincerità di Ugo.
Se i profili dei quattro amici appaiono definiti fin dall’inizio, la variabile imprevedibile è costituita da Santelia: personaggio inizialmente bizzarro, tra la sua fisicità inconsueta, una carattere arcigno e scorbutico ed una marcata ossessione per il sesso (che lo porta nella scena iniziale del film ad avvicinarsi ad una donna presente nel ristorante della stazione per chiederle se sia una prostituta, dopo aver recitato dei versi di Pascoli e ad accennare frequentemente a situazioni legate al sesso durante la serata), ma tutto sommato dimesso, si rivelerà invece uno speculatore laido e senza scrupoli.

Allo scoccare della mezzanotte la partita ha inizio e subito si delineano i due veri antagonisti: l’avvocato e Franco. Quest’ultimo ha la meglio fin dall’inizio riuscendo a vincere somme elevate, rafforzandosi nella convinzione della improponibilità dell’altro come avversario temibile.
Intanto, tra le varie mani della serata, scorrono mediante flashbacks, immagini che ripercorrono le vicissitudini che hanno portato alla fine dell’amicizia tra Franco e Ugo, con l’inconfondibile colonna sonora jazz di Riz Ortolani, fido collaboratore di Avati fin dall’inizio della sua carriera; Martina, la prima moglie di Franco, nonché (per sua stessa ammissione durante il film) unica donna che egli abbia mai realmente amato, decide di lasciarlo a causa della sua incontrollabile dipendenza dal gioco d’azzardo e lo tradisce con Ugo, nonostante i due siano amici inseparabili fin dall’infanzia.
Nel frattempo, l’avvocato arriva a perdere più di 75 milioni di lire, quasi tutti a favore di Franco, il quale, a trenta minuti dalla fine, effettua una puntata di 50 milioni, di fronte alla quale Santelia sceglie di giocarsi il tutto per tutto, rilanciando a 200 milioni.
Franco prende un po’ di tempo per pensarci e Ugo, convinto che l’avvocato questa volta abbia in mano un punto importante, gli consiglia di abbandonare la mano, ma l’amico non lo ascolta e decide di “andare a vedere”, perdendo di fronte al “colore” di Santelia.
Nella mano successiva punta ancora 50 milioni, ma l’avvocato, dopo aver cambiato tre carte, rilancia a 250 milioni; Lele gli consiglia di abbandonare il tavolo, per non rovinarsi, ma Franco, che non gli dà ascolto, si ritrova ad affrontare una proposta inattesa da parte dell’avvocato, quella di una terza possibilità, il suo “regalo di Natale”: l’abbuono del denaro perduto fino a quel momento, potendo andare via come se nulla fosse accaduto, a patto di non rivelargli le carte con le quali lo ha sfidato in quell’ultima mano.
Franco però, stuzzicato dalle parole dell’avvocato, tormentato dall’idea di lasciare il tavolo senza poter conoscere il punto in mano al suo avversario, oltretutto pensando che questi stia bluffando, rompe gli indugi e decide ugualmente di “andare a vedere” ed è qui che si compie il suo destino: Santelia ha infatti un poker di donne.
A questo punto affiora il vero piano di Ugo, il quale in bagno, terminata la partita, si spartisce con l’avvocato la vincita di 380 milioni della serata: infatti Santelia, che Ugo aveva fatto credere essere un ricco sprovveduto, è in realtà un baro professionista e lo stesso Ugo aveva organizzato la serata per truffare Franco, puntando sui meccanismi psicologici legati alla conoscenza della situazione dell’amico e dei finti sensi di colpa, nonché sulle astuzie di gioco e psicologiche dell’avvocato.
Prima di abbandonare la villa, Franco rivela ad Ugo di aver compreso di essere stato raggirato, chiedendogli quale fosse la sua percentuale, ma senza ottenere risposta. Ormai è mattina e Franco tornerà in albergo dove incrocerà l’ex moglie Martina, senza però neanche notarla.

Regalo di Natale è il primo film italiano a tema natalizio a sconvolgere i canoni classici dell’iconografia delle festività, peraltro con una peculiarità specifica anche rispetto ad altri titoli che seguiranno da lì a pochi anni e cioè Benvenuti in casa Gori di Benvenuti, il più celebre Parenti serpenti di Monicelli e Baci e abbracci di Virzì, (peraltro pellicole di diverso spessore tra loro) perché se il film di Gori e quello di Virzì sono delle farse sul Natale e quello di Monicelli è in assoluto il film più dissacrante rispetto all’ambientazione natalizia, Regalo di Natale è piuttosto un film profanante la sacralità del Natale, profanazione dietro la quale si annida però una riflessione più ampia.
Il film capolavoro di Pupi Avati è infatti una rappresentazione della meschinità umana, racchiusa nella dimensione della solitudine dei suoi protagonisti, opportunisti senza scrupoli, caratteristiche sicuramente accentuate dalla cornice degli anni ottanta, con la sua illusione inebriante dei “soldi facili” e dei quali il film rappresenta un’impietosa satira. L’unico elemento che ci riporta al Natale è l’albero illuminato in giardino, ridotto a puro feticcio nel quadro delle aspirazioni unghiute e spietate dei protagonisti.
Regalo di Natale è però anche un film sull’amicizia, sicuramente travisata dai comportamenti dei protagonisti, ma che anche nelle deviazioni che la vita di ognuno di loro assume, non può fare a meno di trascinarsi e di accompagnarli nel tempo, nella dimensione del ricordo, come del resto nell’esistenza di ciascuno di noi.
Se il film è costruito perfettamente nell’intreccio della trama e nella psicologia dei personaggi, degna di nota è anche l’interpretazione degli attori, impeccabili nel trasporre i caratteri cuciti addosso ai loro ruoli dal regista. Il film, in particolare, segna la svolta decisiva nella carriera di Abatantuono, per la prima volta impegnato in un ruolo più strutturato e sottratto ai personaggi macchiettistici dei suoi esordi; ed è anche il coronamento del percorso di trasformazione del cammino artistico di Carlo Delle Piane, uno tra i maggiori caratteristi del nostro cinema degli anni ’50 e ’60, divenuto uno degli artisti e dei protagonisti preferiti di Avati, già dalla fine degli anni ’70.
Grazie alla sua interpretazione dell’avvocato Santelia, Delle Piane si aggiudicherà la Coppa Volpi per la miglior interpretazione maschile alla 43esima edizione del Festival del Cinema di Venezia, peraltro un verdetto rimasto incerto fino all’ultimo, per il ballottaggio con un altro grande attore “rigenerato” del cinema italiano, Walter Chiari.
Oltre al riconoscimento arriso a Delle Piane, nel 1987 il film guadagnerà diversi David di Donatello e Nastri d’argento, a suggellarne il successo ed avrà poi un seguito nel 2004, Rivincita di Natale, decisamente meno “centrato” complessivamente, dalla trama un po’ più prevedibile (per quanto non manchino colpi di scena), ma soprattutto privo della complessità del racconto psicologico del primo film.
Per chi volesse vedere il film
Regalo di Natale è disponibile integralmente su Youtube al seguente link:

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